Caravaggio, il rilancio di una monosala nel cuore di Roma (2022)

È possibile partire da una monosala parrocchiale chiusa da anni e ridarle vita con successo, con una linea editoriale precisa e una qualità di sala che ricorda i migliori multiplex? È questa la scommessa che ha visto come protagonista Gino Zagari, dal 1994 al 2000 in Anec come funzionario dell’ufficio cinema e responsabile delle giornate professionali e dal 2000 al 2015 in Anem come direttore generale. Ed è proprio del 2015 la decisione di lasciare la vita associativa per dedicarsi al progetto di riapertura e rilancio del cinema Caravaggio di Roma, quartiere Pinciano Parioli. Tante le soddisfazioni ottenute, anche grazie ai soci di Indigo Film, ma molte le difficoltà affrontate, non ultime le conseguenze della pandemia: «L’idea di investire nel Caravaggio – racconta Gino Zagari – è nata da un’opportunità che mi è stata presentata quando ero ancora direttore generale Anem dal mio amico Massimiliano Di Ludovico; rilevare il cinema, piccola sala parrocchiale di Roma, chiusa da molti anni. C’erano già state diverse proposte per la riapertura ma i proprietari dell’immobile, l’Ordine dei Carmelitani Scalzi, non aveva chiuso alcun accordo. Noi ci siamo presentati con un progetto ben preciso e, dopo aver ricevuto un parere favorevole, abbiamo iniziato il nostro percorso al Caravaggio nell’estate del 2015».

In cosa consisteva il progetto?

«Prevedeva la ristrutturazione completa della sala secondo parametri multiplex. Non ci convinceva l’idea del frazionamento della struttura in più schermi; abbiamo mantenuto l’impostazione di monosala, diminuendo i posti da 250 a 150 per dare al pubblico comfort e quell’esperienza di visione tipica delle grandi sale cittadine. Al Caravaggio, ad esempio, le poltrone sono in pelle; la distanza tra una fila e l’altra è quella delle sale nei multiplex. Ovviamente il cinema è stato digitalizzato e in uno spazio che prima non veniva utilizzato, abbiamo aperto un wine bar dove accogliamo il pubblico».

Caravaggio, il rilancio di una monosala nel cuore di Roma (1)

Quali erano i vostri parametri di riferimento?

«Avevamo in mente due cinema storici di Roma che avevano chiuso; l’Embassy e il Rivoli, uno in via Veneto e l’altro in zona Parioli. Nell’immaginario del pubblico romano erano rimasti come esempi di due locali di grande qualità. Il Rivoli, ad esempio, era una sala d’essai di alto livello, con poltrone in pelle e gestita dalla famiglia Valerio. Le due insegne erano molto amate dagli spettatori; c’era una forte fidelizzazione da parte del pubblico che li frequentava non per i film ma per il valore del cinema stesso».

A quale tipologia di spettatore vi rivolgete?

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«Sappiamo che il nostro pubblico ha un’età medio alta perché il quartiere dove sorge il cinema ha questo tipo di popolazione. È un pubblico dall’età anagrafica adulta, alto spendente di alto livello culturale. Quindi abbiamo creato una proposta cinematografica per quel tipo di spettatore. Va anche in questa direzione la scelta di non vendere pop corn o bibite gassate; una scelta in controtendenza rispetto al consumo di cinema in voga dagli anni 90 ma in linea con la nostra audience. Abbiamo tagliato la pubblicità, limitata a non più di quattro minuti e posta prima del film che deve iniziare all’orario previsto. Abbiamo preso una serie di decisioni anche costose, come ad esempio pulire la sala ad ogni spettacolo e avere formato un personale molto preparato all’accoglienza del pubblico e all’offerta di servizi essenziali. Da fine anni 90 sento dire che si deve “eventizzare il consumo di cinema”. Noi abbiamo puntato non all’evento ma sulla consuetudine dell’andare al cinema che deve diventare un’abitudine quotidiana. Questo vuol dire investire molto in relazioni personali e comunicazione locale. Il nostro pubblico va accompagnato da quando entra a quando esce dal locale».

Pop corn e bibite gasate entreranno a far parte della vostra offerta food?

«Assolutamente no, manteniamo la decisione presa all’inizio della nostra avventura. Vendiamo tisane, vino; prima della pandemia vendevamo anche taglieri di formaggi, salumi e prodotti di pasticceria. Il nostro pubblico non vuole il pop corn… e poi è meglio un buon the artigianale rispetto alle bibite gassate. Tra l’altro, in un percorso verso l’ecosostenibilità, stiamo cercando di abbandonare l’utilizzo della plastica. Non vendiamo più bottigliette di acqua che ora diamo gratis agli spettatori grazie ai dispneser installati in sala».

Come hanno reagito gli spettatori alla vostra proposta cinematografica?

«Dal 2016 al 2019 la gestione del Caravaggio è stata una bella galoppata entusiasmante, tenendo conto che rimaniamo comunque una piccola monosala. Il nostro obiettivo fin dall’inizio è stato quello di non rimetterci economicamente; copriamo i costi, ci divertiamo nel fare questo lavoro senza stressarci. L’obiettivo è stato quello di fare del cinema un luogo aperto, di incontro, in cui il pubblico si ritrova e sta bene. Una sorta di wellness cinema. Un salotto amichevole per passare una bella serata».

Come nasce il rapporto con Indigo Film?

«La mia amicizia con Nicola Giuliano di Indigo Film ci ha portato a immaginare un percorso in comune. Abbiamo la stessa idea di cinema, di approccio al mercato. Indigo è entrata nella compagine societaria apportando quell’insieme di conoscenze, rapporti e contatti che ci ha permesso di sviluppare progetti per il Caravaggio. Loro, invece, hanno potuto utilizzare la sala come luogo di controllo qualitativo dei propri film sotto ogni aspetto. C’è stato uno scambio reciproco».

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Quanti spettatori in media vengono al Caravaggio?

«Nel periodo precedente alla chiusura, il Caravaggio registrava numeri straordinari. Ma era un’altra epoca; si trattava del classico cinema parrocchiale con un prezzo del biglietto a 3 euro e con film in seconda visione che, però, in alcuni fine settimana registravano anche 600-700 spettatori. Nel 2019 avevamo una media di 20-25mila presenze l’anno. Con la nostra gestione il prezzo del biglietto si è alzato; per un certo periodo siamo stati il cinema più caro di Roma per 50 centesimi. Abbiamo preso questa decisione partendo dalla qualità della sala che oggi è diventata il Caravaggio. Proponiamo un cinema di alto livello e chiediamo un prezzo corrispondente».

Qual è la composizione societaria che gestisce il cinema?

«Ci sono tre soci con le stesse quote: Indigo Film, Massimiliano Di Ludovico con la sua Masi Film e poi ci sono io che sono il socio operativo che gestisce materialmente il cinema».

Dalla collaborazione con Indigo nasce la possibilità di creare eventi.

«Grazie all’appoggio di Indigo, nel 2019 abbiamo inaugurato il “Caravaggio-Incontri”; dieci serate con i più importanti registi italiani. Sono venuti, tra gli altri, Mario Martone, Paolo Genovese, Gabriele Salvatores, Carlo Verdone, Riccardo Milani, Francesca Archibugi. Non è riuscito a partecipare Paolo Sorrentino che era sul set. Sono stati eventi molto particolari con l’organizzazione di vere e proprie cene all’interno della sala, proiezione del film e poi dialogo con l’ospite. Il tutto al prezzo di soli 12 euro. Le serate, tradizionalmente il giovedì, sono state sempre sold out. Avevamo creato una bella consuetudine per i cinefili. Ci tengo però anche a ricordare che nel secondo anno di attività, abbiamo preso contatto con il Cinecircolo romano che organizza uno degli storici cineforum della città; il martedì e mercoledì, da ottobre a luglio, il cinecircolo ha la sala in gestione per le sue proposte cinematografiche. Tra l’altro in due giornate tradizionalmente complicate per i cinema. Un programma molto apprezzato fino all’arrivo del Covid».

Caravaggio, il rilancio di una monosala nel cuore di Roma (3)

Come avete affrontato la pandemia?

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«È stato un terremoto devastante con i due lunghi lockdown. In una prima fase abbiamo tenuto il personale in cassa integrazione poi lo abbiamo riassorbito a stipendio pieno perché per una persona non è possibile vivere in cassa integrazione per un periodo lungo. Appena ci è stata data la possibilità dopo il primo lockdown, da metà giugno 2020 abbiamo ripreso con il cineforum del Cinecircolo romano; con mia sorpresa il secondo giorno dalla riapertura abbiamo avuto anche 60 spettatori a spettacolo. La ripresa, però, si è rivelata fin da subito molto complicata. Ad oggi, registriamo un calo del 65-70% di presenze rispetto al 2019. D’altra parte ci rivolgiamo a un pubblico adulto e anziano che è quello che è tornato meno al cinema in assoluto».

Cosa vi dà fiducia in questa fase?

«I tanti incoraggiamenti a continuare che riceviamo costantemente. Ogni persona che torna ci ringrazia, è contenta. Sono loro che devono fare da passaparola per spronare gli altri a tornare. Sono i nostri principali testimonial».

Quali sono stati i film che vi hanno dato maggiore soddisfazione in questi due anni?

«Abbiamo dato al nostro cinema un taglio d’essai, focalizzato in particolare sui film italiani. Abbiamo avuto un risultato straordinario con Qui rido io di Mario Martone, rimasto in programmazione cinque settimane. Molto bene anche È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino con il quale siamo tornati ad avere spettacoli sold out dalla riapertura. Tra i nostri grandi risultati vorrei citare anche un film uscito a settembre 2019 che da noi è andato benissimo: Martin Eden. Faccio presente che abbiamo comunque mantenuto il distanziamento anche se non è più obbligatorio; ad oggi cerchiamo di tenere un posto di separazione tra uno spettatore e l’altro. Per noi è un sacrificio relativo; dato che i posti sono liberi non capisco perché assegnarli uno vicino all’altro. Suggeriamo anche di tenere le mascherine; una scelta dolorosa ma il pubblico chiedeva sicurezza e noi gliela abbiamo data in questo modo. Io sono sempre stato contro l’obbligatorietà di alcuni provvedimenti da parte di Ministero e Governo. Però, ognuno di noi sa cosa vuole il proprio pubblico; noi abbiamo riscontrato che i nostri spettatori apprezzano la mascherina e ci comportiamo di conseguenza; ad esempio la regaliamo anche a chi ne è sprovvisto. Il pubblico che è tornato ha gradito questi semplici accorgimenti».

Avete ripreso con gli eventi?

«Aspettiamo tempi migliori anche per rispetto al regista o agli attori che invitiamo. Qualche ospite lo abbiamo avuto, comunque. Ad esempio è tornato Mario Martone per Nostalgia; grazie a Giampaolo Letta e Paolo Orlando di Medusa abbiamo organizzato una serata come non ne vedevamo da tempo, anche in questo caso il Caravaggio era esaurito in ogni ordine di posto con spettatori molto motivati».

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Come vedete il futuro? Cosa chiedete a filiera e istituzioni?

«L’architrave di tutto il sistema è riuscire ad avere window certe. Ho sempre affermato che piattaforme e televisioni non sono in competizione diretta con i cinema, ma adesso serve chiarezza. Il pubblico deve capire che il film al cinema è in esclusiva. Ci possono essere titoli proposti nel doppio canale, ma sono altri tipi di film e di offerta al pubblico. Chi produce per il cinema, deve garantire alle sale un periodo di esclusiva. A mio modo di vedere, novanta giorni di finestra vanno bene; sono il minimo per ripartire serenamente e dare allo spettatore l’idea che al cinema sta vedendo qualcosa che è in esclusiva per il grande schermo. Devo dire, però, che quando è uscito La mano di Dio di Sorrentino, il pubblico ha continuato a venire a vederlo malgrado fosse su Netflix. È stato il primo film italiano che ha avuto una campagna di lancio adeguata al valore del titolo. Il potere del cane di Jane Campion, altro grande film, non ha avuto il supporto di una campagna analoga ed è stato ignorato dal pubblico. Chi sceglie di distribuire un film al cinema deve investire in modo adeguato in comunicazione e promozione».

Quali titoli attendete in particolare?

«Speriamo di riprendere l’attività a settembre con Il signore delle formiche di Gianni Amelio che sarà in gara al festival di Venezia. Punteremo molto anche sul prossimo lavoro di Paolo Virzì, Siccità, e su Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa prodotto da Indigo e in Orizzonti a Venezia. Investiamo ottusamente nel bel cinema italiano».

Siete un po’ in controtendenza; una monosala che punta sul cinema italiano che in questi mesi è molto in difficoltà.

«Credo che la scelta di riuscire ad avere film caratterizzati da una linea qualitativa alta, sia fondamentale per una monosala come la nostra. Libertà di programmazione non vuol dire fare quello che si vuole con i film ma riuscire a ottenere i titoli che sono richiesti dal pubblico dei singoli cinema. Gli esercenti devono poter creare il proprio palinsesto in linea con i gusti del pubblico cercando di superare alcune rigidità della distribuzione che possono concedere di noleggiare un film ma poi spingono a programmarne altri meno in linea con gli spettatori di una sala. Il danno non è solo per il cinema ma per il pubblico che, se rimane deluso da una proposta, poi difficilmente ritorna».

Che rapporto avete con i distributori?

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«Inizialmente non è stato facile, abbiamo sofferto abbastanza. Nonostante faccia parte di questo settore da sempre, ho fatto fatica a farmi accreditare. Abbiamo vissuto periodi difficili; all’inizio abbiamo avuto settimane senza film da programmare. Questo è stato notato dagli spettatori. Poi, con il tempo e con la conoscenza dei nostri incassi, questa situazione è andata migliorando. L’ultimo anno abbiamo fatto esperimenti di multiprogrammazione che sono andati bene e hanno permesso ai film di incassare maggiormente e di avere teniture più lunghe».

Durante l’emergenza Covid, vi sono arrivati con puntualità i ristori pubblici?

«Gli aiuti sono sempre importanti e fanno bene. Ma dovrebbero essere concessi quando servono e non dopo mesi. Gli aiuti sono stati sostanziosi e ci hanno permesso di andare avanti ma ci sono arrivati tardi. Inoltre, non sono ancora arrivati i ristori previsti per dicembre 2021. Aggiungo anche che, purtroppo, a noi non sono ancora giunti i contributi per la ristrutturazione della sala fatta nel 2015…».

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Last Updated: 08/18/2022

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