2005_A. Mastino, P.G. Spanu, R. Zucca_Mare Sardum: merci, mercati e scambi marittimi della Sardegna antica (2022)

Naves Sardae 2.1.

La marineria sarda dell'Età del bronzo Catalogo dei rinvenimenti di relitti e manufatti antichi lungo i litorali della Sardegna Bibliografia 247 A Salvatore Rubino, fondatore di un museo del Mare Sardo sulle rocce di Stintino, di fronte all con viva amicizia L'Università di Sassari e il Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano con questo volume inaugurano la collana di studi sui beni culturali dal titolo «Tharros Felix», che si avvale di un Comitato scientifico internazionale, garante dell' alta qualità delle monografie e dei contributi che in esso troveranno ospitalità. L'iniziativa mira ad avviare nella sede gemmata di Oristano un'attività scientifica che, come è noto, rappresenta, insieme all'attività didattica, la finalità ultima dell'Università.

La scelta di Oristano deve, conseguentemente, giudicarsi come strategica in funzione del campo dei beni culturali che, insieme a quello tradizionale delle scienze agrarie, costituisce per così dire la vocazione naturale di quel territorio.

L'Università di Sassari, in ossequio alla riforma universitaria, ha mirato al coinvolgimento di quei territori urbani, in cui l'offerta universitaria fungesse da lievito formativo e professionale di quei giovani che vengono ora accolti nel processo di alta formazione assicurato dall'Università e che oggi costituisce la sfida globale per la nostra società italiana ed europea. «Tharros Felix» ci porta immediatamente in medias res, sulla nave graffita su una parete della dimora imperiale sul Palatino, simbolo della navigazione antica sul Mare Sardum. Si tratta di uno dei tre percorsi formativi sull' Archeologia subacquea e navale esistenti nel panorama universitario italiano (insieme a Viterbo e a Bologna, sede di Trapani): il curriculum di Sassari, sede di Oristano, si avvale, inoltre, della collaborazione del Comando regionale della Guardia di finanza, che ha firmato una specifica convenzione con il nostro Ateneo e il Consorzio Uno di Oristano, con l'apporto finanziario della Regione autonoma della Sardegna.

Si mostra, così, in concreto la volontà dell'Università di Sassari di interconnessione con le istituzioni e le realtà operative del territorio sardo in un comune intendimento di sviluppo e modernizzazione della società isolana, in una prospettiva mediterranea ed europea.

Sono lieto di presentare la nuova collana e specificamente questo volume, testimonianza di apprezzate competenze, ma anche di curiosità e di passioni che non si spengono. ALESSANDRO MAIDA Magnifico rettore dell'Università degli studi di Sassari

Quando il professor Raimondo Zucca per la prima volta ha prospettato al Consorzio Uno la possibilità di istituire e attivare, nella sede decentrata di Oristano, un curriculum in Archeologia subacquea all'interno del corso di laurea in Scienze dei beni culturali della facoltà di Lettere dell'Università degli studi di Sassari, è apparsa subito la straordinaria opportunità rappresentata da una simile iniziativa, sia per l'ente che gestisce dal 1996 i corsi universitari che per l'intera città di Oristano.

La presenza di un simile corso di studi, unico nel suo genere in Italia insieme a quello dell'Università della Tuscia di Viterbo, si accingeva a costituire un fiore all' occhiello per il panorama culturale della città di Oristano, così ricca nelle limitrofe zone costiere di importantissimi siti archeologici e così legata al suo prezioso passato.

L'idea, poi, di contribuire alla pubblicazione di una collana di studi e ricerche sui beni culturali, e in particolare sul patrimonio.archeologico sommerso del bacino del Mediterraneo, ha rappresentato per il Consorzio Uno (Promozione studi universitari) di Oristano la più fulgida delle occasioni per realizzare uno degli scopi fondamentali della sua costituzione e della sua origine: quello di promuovere la valorizzazione e la divulgazione della ricerca effettuata presso la sua sede.

La presenza di un comitato scientifico di così grande rilievo internazionale garantisce una qualità elevatissima dei testi pubblicati e testimonia l'assoluto spessore della collana nel panorama librario dei beni culturali e dell'intera produzione scientifica sviluppata in Sardegna, a conferma del favore e della fiducia con cui l'Università degli studi di Sassari, e il suo magnifico rettore, professor Alessandro Maida, con essa, giudicano l'esperienza accademica nella città di Eleonora, e per i quali non si può che rendere un doveroso e sentito ringraziamento.

La speranza è che tale collana presto veda tra i suoi redattori alcuni degli studenti che hanno avviato nell' ottobre dell' anno passato il loro ci-do di studi nel curriculum in Archeologia subacquea così da legare in modo indissolubile l'apprendimento all'interno dei corsi universitari oristanesi con la ricerca e la divulgazione scientifica nel campo dei beni culturali. Presidente del Consorzio Uno-Promozione studi universitari, Oristano

La nascita dell' archeologia subacquea I in Sardegna, o per meglio dire dell' archeologia delle acque, può fissarsi nel 1957, con l'avvio dell' esplorazione sistematica del relitto tardo-repubblicano di Spargi2-, ad opera del Centro sperimentale di archeologia sottomarina di Albenga, diretto dal compianto Nino Lamboglia, il padre dell' archeologia subacquea in Italia 3 , e quindi da Francisca Pallarés Salvador.

In precedenza erano stati effettuati recuperi casuali di manufatti antichi lungo i litorali della Sardegna. TI fondatore dell' archeologia sarda, Giovanni Spano, nel "Bullettino archeologico sardo" del 1861 presentava l'incisione di un grande frammento di anfora del tipo Dressel2-4, confrontatà con un esemplare integro dalla necropoli di Tharros.

Collo di anfora greca [sic] pescata nei mari d'Alghero (Capo Caccia), la di cui antichità non può cadere in dubbio, per esser tutta piena di serpole e di filetti I. Per un orientamento generale sull'archeologia subacquea cfr. G. E BASS, Archeologia sub. A. GlANFROITA, P. Po-MEY, Archeologia subacquea. Storia, tecniche, scoperte e relitti, Milano 1981; E J. NIETO, Introduccion a la arqueologia subacuatica, A. GIANFROITA, Esplorazione subacquea, s.v. Esplorazione archeologica, in Enciclopedia dell'Arte antica, classica e orientale, II Suppl., , Encyclopaedia of Underwater and Maritime Archaeology, London 1997; A. Rosso, Introduzione all'archeologia delle acque. Il rilevamento dei manufatti sommersi, Pordenone 1997; E MANISCALCO, Mare nostrum. Fondamenti di archeologia subacquea, Napoli 1998; G. VOLPE (a cura di), Archeologia subacquea. Come opera l'archeologo. Storie dalle acque. VIII Ciclo di lezioni sulla ricerca applicata in archeologia, Certosa di Pontighano (Siena), dicembre I996, Firenze 1998; E. FELICI, Archeologia subacquea. Metod~ tecniche e strumenti, . Le riviste principali nell' ambito dell' archeologia subacquea sono le seguenti: " Archaeologia Maritima Mediterranea, An IntemationalJoumal on Underwater Archaeology"; "Archaeonautica", "Archeologia delle acque", "Archeologia subacquea. Studi, ricerche, documenti"; "Cahiers d'Archéologie Subaquatique"; "Cuademos de arqueologia subacUlitica"; "Nachrichtenblatt Arbeitskreis Unterwasserarchiiologie"; "The IntemationalJoumal of Nautical Archaeology and Underwater Investigation". scafo di una nave romana di m 23 di lunghezza. Nel 1940 Guido Uccelli nel volume Le navi di Nemi citava vari ceppi d'ancora in piombo conservati nel Museo di Cagliari. La diffusione degli autorespiratori a partire dagli anni Cinquanta del Novecento ha comportato il nefasto incremento della ricerca archeologica subacquea clandestina, con la conseguente dispersione di anfore, ceramica, attrezzatura di bordo in raccolte private e, a seguito di sequestro da parte delle forze dell' ordine, in depositi museali, spesso senza indicazione di provenienza. TI già citato scavo subacqueo di Spargi ha assunto un'importanza fondamentale nella storia dell' archeologia subacquea in quanto per la prima volta venne utilizzato il sistema della quadrettatura del giacimento e il rilevamento planimetrico del relitto Nel 1964-65 l'équipe britannica, guidata da E. Mac Namara e da W. J. Wilkes, ha compiuto prospezioni subacquee nei fondali circostanti la penisoletta di Nora?

Gli scavi subacquei condotti dalle soprintendenze archeologiche di Sassari e Nuoro e di Cagliari e Oristano in collaborazione con il Centro sperimentale di archeologia sottomarina hanno riguardato per la Sardegna settentrionale i relitti di Spargi , Capo Testa , Marritza e l'area portuale di Olbia e per la Sardegna meridionale i relitti di Plag'e Mesu (Gonnesa) (detti di Funtanamare A-B-C). TI Centro di studi marittimi dell'Università di Haifa con Elisha Linder ha condotto ricerche nel bacino portuale di Tharros, indagato esaustivamente anche dall'Istituto per la civiltà fenicia e punica del CNR con l'ausilio di e di Antonio Fioravanti 8. TI porto di Nora, fissato dalle ricerche di Piero Bartoloni nella Peschiera di Nora, è analizzato a partire dal 1990 da un' équipe della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano e delle università di Viterbo, Genova, Milano, Padova e Pisa.

Le soprintendenze archeologiche della in seno all' allora ministero per i Beni culturali e ambientali, del Servizio tecnico per l'archeologia subacquea (STAS), hanno effettuato numerose indagini di scavo subacqueo marino e lagunare e campagne di ricerca. Rilievo particolare ha rivestito l'attività di catalogazione dei beni culturali subacquei. Un' opera fondamentale di tutela dei beni archeologici subacquei è stata svolta dalla Guardia di finanza, dai Carabinieri e in particolare dal Nucleo per la tutela dei beni culturali e . GIANFROITA, POMEY, Archeologia subacquea, cit., pp. IO ss.

7. E. MAc NAMARA, W. G. ST. J. WILKES, Underwater Exploration 01 the Ancient Port olNora, Sardinia, in "Papers of tbe British School at Rome", 8. E. LINDER, The Maritime lnstallation olTha"os . A Recent Discovery, in "Rivista di studi fenici", L. FOZZATI, Archeologia marina di Tha"os, in "Rivista di studi fenici", A. FIORAVANTI, The Contribution 01 Geomorphology and Photointerpretation to the Delinition 01 the Port lnstallations at Tha"os , in A. , Harbour Archaeology, dal Nucleo sommozzatori, dalla Polizia di Stato e dal Corpo forestale, nel quadro di un'innovativa normativa nazionale e internazionale sul patrimonio culturale subacqueo 9 e della programmazione di un censimento dei beni archeologici sommersi IO. Si deve segnalare, inoltre, l'ausilio tecnico del Nucleo sommozzatori della Guardia di finanza in numerosi cantieri di scavo archeologico, tra cui quello del celebre relitto dei Pontilieni (Mal di Ventre-C) e l'intervento del Nucleo sommozzatori dei Carabinieri in varie indagini scientifiche delle soprintendenze archeologiche.

La ricerca scientifica delle soprintendenze archeologiche, delle università e degli istituti di ricerca ha consentito l'incremento quantitativo e qualitativo delle nostre conoscenze.

Si deve menzionare in primo luogo l'operosità scientifica di Piero Alfredo Gianfrotta, autore di lavori fondamentali nel campo dell' archeologia subacquea inerenti anche numerosi siti e materiali subacquei della Sardegna II. A lui si deve l'attivazione, nel 1992, del primo insegnamento di archeologia subacquea nel vecchio ordinamento universitario I2. e l'istituzione del primo corso di laurea in archeologia subacquea dell'università italiana, nell' Ateneo della Tuscia, cui sono seguiti il curriculum di M. CAMMELLI, Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, Bologna 2004, pp. 378-80 e 386-8, con riferimento al D. recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio, art. 91, comma I (appartenenza allo Stato dei beni culturali rinvenuti sui fondali marini); art. (tutela del patrimonio culturale subacqueo ai sensi della Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage, approvata dall'uNESco il 2 novembre 2001). Cfr. FELICI, Archeologia subacquea, cit., pp. Sulla storia della disciplina giuridica sui rinvenimenti subacquei cfr. N. A]ELLO, La ricerca archeologica nell'evoluzione del diritto del mare, in V. P ANUCCIO (a cura di), Ritrovamenti e scoperte di opere d ss.; S. BENINI, Rinvenimenti subacquei e legislazione, in AA.Vv., Port~ approdi e linee di rotta nel IO. n progetto Archeomar del ministero per i Beni e le attività culturali, con il finanziamento della legge 26412002 è stato attivato dal l° aprile 2004 in quattro regioni italiane: Campania, Calabria, Puglia e Basilicata (Progetto Archeomar. La tutela del patrimonio archeologico sommerso italiano, in "Archaeologia Maritima Mediterranea. An Intematio-nalJoumal on Underwater Archaeology", .

II. Cfr. tra gli altri studi P. A. GIANFROTIA, Commerci e pirateria: prime testimonianze archeologiche sottomarine, in "Mélanges de l'Ecole française de Rome-Antiquité", GIANFROTIA, POMEY, Archeologia subacquea, cit., passim; P. A. GIAN-FROTIA, Ancore «romane». Nuovi materiali per lo studio dei traffici manltimi, in "Memoirs of the American Academy in Rome", F. Lo SonAVO, P. A. GIAN-FROTIA, Un problema insoluto: il relitto di Capo Bellavista, in "Archeologia subacquea", suppl. al n. del "Bollettino d'Arte", 1986, pp. A. HEsNARD, P. A. GIANFROT-TA, Les bouchons d'amphore en pouzzolane, in AA.Yv., Amphores romaines et histoire économique: dix ans de recherche. Actes du colloque de Siene , "Collection de l'Ecole française de Rome", A. GIANFROTIA, Note di epigrafia «marittima». Aggiornamenti su tappi d'anfora, ceppi d'ancora e altro, in AA.Vv., Epigrafia della produzione e de/la distribuzione, "Collection de l'Ecole française de 12. P. A. GIANFROTTA, Introduzione, in VOLPE (a cura di), Archeologia subacquea, cit., archeologia navale nell' ambito della classe (laurea in Scienze dei beni culturali) dell'Università di Bologna-facoltà di Conservazione dei beni culturali di Ravenna (sede gemmata di Trapani) e il curriculum di archeologia subacquea nell'ambito della stessa classe dell'Università di Sassari (sede gemmata di Oristano). Quest'ultimo curriculum è stato attivato a partire dall'anno accademico 2004-20°5 e si avvale della collaborazione del Comando regionale della Guardia di finanza 13 e delle soprintendenze archeologiche della Sardegna. Fra gli studiosi attivi in Sardegna nei campi dell' archeologia navale, dei porti e dei traffici marittimi devono ricordarsi Paolo Bernardini, Piero Pianu, Edoardo Riccardi, Paola Ruggeri, Donatella Salvi (responsabile per l'archeologia subacquea della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano), Edoardo Silvetti, Pinuccia F. Simbula, Emanuela Solinas, Pier Giorgio Spanu, Carlo Tronchetti e Raimondo Zucca. Ad essi si affiancano gli operatori del Centro Ricerche Archeosub di Sassari-Alghero, i giovani ricercatori e i laureati in tematiche di archeologia subacquea delle nostre università 13. Convenzione stipulata tra il generale Fabio Morera, comandante regionale della Guardia di fmanza, il magnifico rettore dell'Università di Sassari Alessandro Maida e il presidente del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, Antonio Barberio.

14. Per l'Università di Sassari si citano la tesi di laurea in Lettere di A. DIANA, Uarcheologia subacquea delle coste della Provincia di Oristano, anno accademico 2001-2002 e la tesi di laurea in Restauro e conservazione dei beni culturali di L. S. DERIu, Uapprodo di S'Archittu in età punica e romana, anno accademico Le fonti erodotee per tale passo, forse focee, potrebbero essere coeve alle fonti massaliote dell'Ora maritima di Avieno, che conosce l'estensione del mare Sardum sino alla bocca dell'Atlanticus sinus La medesima estensione del I:apocpov nÉÀayoç, a levante e a sud-est dei Tartessi fino alla Sardegna, la riscontriamo nello Pseudo-Scimno 7 , che probabilmente utilizzava Eratostene e, dietro lui, Eforo.

Secondo Plinio il Vecchio, Eratostene chiama mare Sardo tutta la parte del Mediterr~eo compresa fra l'ingresso dell' oceano e la Sardegna (inter ostium oceani et Sardiniam quicquid est Sardoum); mare Tirreno la parte tra la Sardegna e la Sicilia; mare di Sicilia il tratto fino a Creta; mare Cretese quello al di là di Creta Ancora Apollonio Rodio e Teocrito, seguendo la geografia d'Eratostene, testimoniano rispettivamente un'estensione del mare Sardo alle foci del fiume Rodano 9 e al canale tra Sicilia e la costa cartaginese Finalmente Polibio riprenderà da Eratostene la concezione del mare Sardo estesa a tutto il Mediterraneo occidentale, segnando come confini del mare Sardo a nord la costa provenzale-ligure II , a nord-ovest la costa narbonese l2 , a sud-ovest le Colonne di Herakles l3 mentre, a sud-est, il promontorio occidentale della Sicilia (Capo Lilibeo) divide il AtpU1COV dal I:apocpov nÉÀayoç La conoscenza effettiva del mare Sardo, nei suoi caratteri fisici, appare anche in Aristotele, che riconosce nel I:apoovucoç (novtoç) insieme al TUPPl1vucoç come i mari più profondi tra tutti (pa9utatot) Frequente è nelle fonti greche la menzione del I:apocpov/I:apoo-vt1coç/I:apoovtOV nÉÀayoç: oltre ai testi già citati, il mare Sardo è noto in Agatemero l6 , nella Biblioteca di Apollodoro l7 , nella Geographica comparatio in Diodoro Siculo in Dionisio Periegeta 20, nella P ara/rasi 21 , ne-È sintomatico del processo di formazione di questo canone il fatto che l'isola più occidentale dell' elenco sia la Sardegna 49 e che il più antico aggiornamento del canone, contenuto nel Periplo di Scilace, forse ancora del VI secolo a.C., annoveri esclusivamente isole del Mediterraneo orientale.

In passato, il presunto errore di Erodoto e dei suoi epigoni circa le dimensioni della . L'icastica espressione è di G. COLONNA, Nuove prospettive sulla storia etrusca tra Alalia e Cuma, in Atti del 367 nota 26, a superamento di posizioni storiografiche che riducevano la portata della battaglia (cfr. per esempio M. GIUFFRIDA IENTILE, La pirateria ti"enica. Momenti e fortuna, . Sulla battaglia del mare Sardonio cfr.]. ]EHASSE, La victoire à la cadméenne d'Hérodote et la Corse dans les courants d'expansion grecque, in "Revue des Études Anciennes", GRAS, A propos de la ; DUCAT, Hérodote et la Corse, cit.; M. GRAS, Tra/ics ty"héniens archai"ques, "Bibliothèque des Ecoles françaises d'Athènes et de ID., Marseille, la batai/le d R ZUCCA, La Corsica romana, il perimetro complessivo risulta essere di 565 miglia; cfr. per gli stessi dati anche MARr. CAP. VI, 645. Le oscillazioni sono comunque notevoli: la latitudo oscilla nelle fonti tra le 80 miglia (Cosmogr. , dove la cifra è dubbia a causa dell'incerta tradizione manoscritta: 280 miglia codici fu e Pa; 180 codice D), le 98 miglia (STRAB. Chr. , le 140 miglia (lsm. Catai. provo Italiae, , le 180 miglia (GUID. p. 499ll. 15-16 P. P.) e le ; cfr. anche Tlffieo, in PAUS. X, 17, I (420 stadi). La longitudo va da 40 miglia (Catai. provo Italiae, ), a 210 miglia (15ID. XIV, 6, 40), a 220 miglia (STRAB. Chr. , , a 280 miglia ; cfr. anche Tlffieo in PAUS. x, . Altri forniscono solo la lunghezza (Artemidoro in AGATIffiM. 20: lunghezza di 2.200 stadi, cioè 407 km). A. F. FADDA, Sardegna. I896 chilometri di coste, giorni da un uomo a piedi, che marciasse svelto a stadi al giomo S3 • Prima della conquista romana doveva d'altra parte essere impossibile calcolare 1'esatta superficie della Sardegna, dato che il dominio punico non oltrepassò il fiume Tirso e non riguardò la Barbaria montana.

Pertanto, se ne può dedurre viceversa una buona conoscenza del litorale sardo da parte dei marinai greci già nel VI secolo a.C. Tuttavia, c'è da presumere che le caratteristiche della costa e dei fondali, le cOIrenti e l'andamento prevalente dei venti siano stati oggetto di successive esperienze durante la dominazione cartaginese; dopo il 238 a.C. e quindi nell'intervallo tra la prima e la seconda guerra punica, in età romana.

Tolomeo collocava la Sardegna tra il 36° e il 39° parallelo, alquanto deformata e allungata nel senso della latitudine, grazie anche allo sviluppo lineare del golfo di Oristano, con la capitale Karales collocata all' estremità sud-orientale dell'isola, toccata dal 36° parallelo, che è quello che passa per il promontorio di Calpe in Spagna (l'attuale Gibilterra), per i capi Lilibeo e Pachino, in Sicilia, per il capo Tenaro nel Peloponneso, per l'isola di Rodi e per IssoS4. TI punto più settentrionale è rappresentato, lungo la costa orientale dall'isola, dall'Ursipromontorium, l'attuale Capo d'Orso, che Tolomeo colloca a 39° e IO' di latitudine si è pensato anche a Capo Testa, che va forse identificato con l'Errebantium promontorium, collocato alla latitudine di 39° e 20', punto più vicino alla Corsica 56. Tra le Colonne d'Ercole e Karales la differenza nel senso della longitudine è di 25°; tra Karales e Lilybaeum in Sicilia di 4° e Le rotte tra la Sardegna e i vari porti mediterranei sono documentate da numerose fonti letterarie a partire dal Periplo di Scilace, opera periplografica stratificata con una fase originaria arcaica, del VI secolo a.C., e aggiunte fmo al IV secolo a.C. La distanza tra il promontorio di Karales e l' Mrica (circa 280 km) era ben nota agli autori antichi: Plinio la fissava in 200 miglia, cioè in stadi, ossia in 296 km 59, così come forse Strabone Ci codici veramente hanno 300 miglia, cioè 2.400 stadi o 443 km) 60; l'Itinerario marittimo calcolava invece un po' meno, stadi miglia, pari a 277 km) tra Ca- Vand. . PrOL. III, 3, cfr. P. MELONI, La geografia della Miscellanea in onore di E. Manni, 58. A. PERETII, Il peri pIo di Scilace. Studio sul primo portolano del Mediterraneo, Pisa 1979; D. MARCOTTE, Le Périple dit de Scylax. Esquisse d'un commentaire épigraphique et archéologique, in "Bullettin of Classica! Studies", F. J. GONzALES PONCE, La posici6n del Periplo del ps. Esciilax en el conjunto del género periplogrtifico, in "Revue des Etudes Anciennes", . PLIN. Nat. dr. PHrr.IPP, in RE I A , collo 248055., S.V. Sardinia. . STRAB. v, ; STRAB. ehr. gliari e Cartagine 6J ; in particolare 925 stadi tra Karales e l'isola Gala/a; 300 stadi tra Galata e Tabraca Karales-Tabraca, pari a 227 km) la navigazione durava un giorno e una notte (cioè 1.000 stadi) Ugualmente ben definita risulta nelle fonti la distanza tra Sardegna e Corsica, fissata in 90 stadi nell'Itinerario marittimo oppure in 20 miglia (dunque tra i 17 e i 30 km) un po' meno, 8 miglia (pari a 64 stadi), calcolava Plini0 Nelle grandi rotte mediterranee, Karales è indicata già da Plinio il Vecchio (che forse leggeva Posidonio di Apamea) come il porto intermedio tra la Siria e Gades: il segmento che collegava Myriandum in Siria con la Sardegna, toccando Cipro, la Licia, Rodi, la Laconia e la Sicilia, era lungo 2.113 miglia o anche 16.820 stadi (fra i 3.111 e i 3.123 km); da Karales a Gades, toccando le isole Baleari, oltre le colonne d'Ercole, era calcolata una distanza di 1.250 miglia (oppure di 10.000 stadi, pari a 1.850 km) le misure sono owiamente, come ben si vede, alquanto approssimative. È questa comunque l'unica attestazione di un qualche ruolo della Sardegna nella navigazione oceanica, verso le rotte atlantiche 68 • Anche per la navigazione tra la Sardegna e la Sicilia le misure oscillano notevolmente, con un calcolo di 2.800 stadi (518 km), che è abbastanza approssimato, per il tratto tra la Lilybaeum e Karales 69 ; la navigazione, in termini di durata, era valutata in due giorni e una notte, cioè in 1.500 stadi e 495, I Wesseling: a Caralis Galatam usque insulam, Wesseling, con una distanza differente (730 stadi), da Karales all'isola Galata: il totale da Karales a Tabraca sarebbe allora di 1.030 stadi, ai quali andrebbe aggiunta la distanza Tabraca-Cartagine. . PS.-SCYL. 7 . Wesseling. Per 60 stadi: STRAB. v, e Scbol. in Art"stopb. Acb. 65. Cosmogr. Ism. XIV, OROS. I, In termini di durata, la navigazione è calcolata in un terzo di giorno, cioè circa stadi, da PS.-SCYL. 7 (GGM 1,19)· 66. PUN. Nat. m, 67. PLIN. Nat. stadi tra Karales e Gades); cfr. anche MARr. CAP. 68. Molto dubbio il ricordo della ia) su un'iscrizione funeraria rinvenuta a Mogador, nella costa atlantica del Marocco, cfr. lAMar. lat. 34I e A. MAsTINO, La ricerca epigrafica in Marocco , in VAfrica romana, voI. e nota 8 bis. . Distanza Karales-Lilybaeum: 2.800 stadi in AGATHEM. tra Lilybaeum e il Promunturium Caralitanum: Nat. m, In termini di gradi, la distanza risulta di 4° e in PrOL. I, 70. PS.-SCYL. 7 (GGM I, anche per la possibilità di seguire percorsi alternativi. I mari che bagnavano l'isola -considerati i più profondi e pescosi del Mediterraneo 75 -sono variamente distinti dalle fonti, che comunque a partire da Eratostene (III secolo a.C.) e da Artemidoro (II secolo a.C.) individuano tre settori principali: il Mare Sardum, a occidente fino all' Hispania e alle Colonne d'Ercole; il Mare Tyrrhenum a oriente e a settentrione, dalla Liguria alla Sicilia; il Mare Africum a meridione, fino a Cartagine 76 • All'interno di questa classificazione, sono poi individuati il mare Balearico, Iberico, Corso, Ligure, Gallico, Siculo, Numidico, con notevoli oscillazioni che in questa sede non è il caso di trattare.

Le condizioni di navigazione allargo delle coste sarde oon risulta si siano modificate sf:!nsibilmente dall' antichità ai giorni nostri, se si escludono variazioni del livello marino: per citare alcuni centri urbani si può pensare ai quartieri portuali di Karales 77 , diSuld insula 19i1ium a Cosa, stadia xc. . Cfr. AruST. Meteor. STRAB. I, .

76. !>LIN. Nat. m, J. ROUGÉ, Recherches sur t>organisation du commerce maritime en Méditerranée sous t> empire romain, ; AGATHEM. 9. Per le dimensioni, in termini di stadi, del mar Tirreno cfr. POLo XXXIV, 6, 6 (3.000 stadi); STRAB. II, 4, 2 (C 105) (3.000 stadi); v, .

77. Sulle strutture romane dell'attuale darsena cfr. A. TARAMELLI, in D. SCANO, Forma Kalaris, e tavola annessa. Sui rinvenimenti presso il porto attuale cfr. D. LEVI, Scavi e ricerche archeologiche della R. Soprintendenza alle opere d'antichità e d'arte della Sardegna , in "Bollettino d'arte" , 204; G. NIEDDU, R ZUC-CA, S. Gilla-Marceddì, Un primo esame dei dati sull'ubicazione dei porti di Karales, . C. TRONCHETTI, S. Antioco, . L. FOZZATI, Archeologia marina di Tharros. Ricerche e risultati della prima , in "Rivista di studi fenici", A. FIORAVANTI, The Contribution 01 Geomorphology and Photointerpretation to the Delinition 01 the Port Installation at , in A. RABm , Harbour Archaeology, E. E. LIN.DER, The Maritime lnstallation 01 . A Recent Discovery, in "Rivista di studi fenici", . R ZUCCA, Neapolis e il suo territorio, . 24 e 90-1; NIEDDU, ZUC-CA, S. Gilla-Marceddì, cit., pp. F. FANARI, I.:antico porto di Neapolis, Santa Maria di Nabui-Guspini , in "Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano", prattutto di Nora 81, che recentemente sono stati esplorati; alcune ville marittime parzialmente sommerse hanno consentito di accertare un leggero mutamento delle linee di costa a Porto Conte (Villa Sant'Imbenia), ad Arbus (Villa di S'Angiarxia) e a Quartu (Villa di Sant'Andrea) 8\ dunque ancora lungo le coste occidentali e meridionali della Sardegna, che in alcuni punti possono aver subito un lieve abbassamento. TI fenomeno del resto è ben conosciuto e· gli studiosi ritengono che il livello medio del mar Mediterraneo dall' antichità a oggi si sia innalzato di circa I metro, se si prescinde da fenomeni tettonici locali, del resto improbabili nell'isola Le condizioni favorevoli per la navigazione lungo le coste dell'isola erano rappresentate nell'antichità (e in parte ancora oggi) dalla relativa facilità di trovare approdi sicuri, grazie alla presenza di numerosi promontori di fiumi navigabili e con la foce facilmente accessibile 8s , di ampi golfi ridossati dal mare in burrasca 86 e di stagni e lagune, separati dal mare solo da una stretta striscia di sabbia hale è il caso dei porti di IVzrales e di Othoca). I termini utilizzati dalle fonti (portus, sinus, KOÀ1tOç, À1.J.1llv non sembrano avere particolari significati da un punto di vista marinaro.

Lo stato del mare e di conseguenza la navigazione lungo le coste della Sardegna sono influenzati da venti, maree e correnti che agiscono in maniera differente attorno all'isola; lungo le coste occidentali (mar di Sardegna) prevale il mare di ponente, così come a settentrione, ove è però osservabile periodicamente anche mare dal primo quadrante; prevalen- Cfr. P. BARTOLONI, J}antico porto di F. BARRECA, Le ricerche subacquee, in AA. Cfr. C. COSSU, G. NIEDDU, Terme e ville extraurbane della , (S'Angiarxia-Arbus), 73-4 (Porto Conte-Alghero). . Cfr. J. ROUGÉ, Les ports romains en Méditerranée (J}organisation et l'activité des grands ports antiques reconstituées grace à l'archéologie, à la photographie aérienne et aux fouilles sous-marinsJ, in "Les dossiers de l'archéologie", 84. Tra i promontori menzionati dalle fonti si ricorderanno: Gorditanum (PLIN. Nat. III, PrOL. III, MAlIT. CAP. VI, 645), Hermaeum , Crassum (PrOL. III, , Sul cense (PLIN. Nat. MART. CAP. VI, 645), Chersonesus (PrOL. III, , Cuniucharium (PrOL. III, , Caralitanum (PUN. Nat. PrOL. ui, MART: CAP; VI, 645), Columbarium , Ursi (PrOL. III; , Errebantium (PrOL. III, · 85. Sono ricordati dalle fonti i seguenti fiumi: Thyrsus x, PrOL. III, ltin. Ant. p. II Cuntz = p. 81, I Wesseling), Temus , Sacer , Saeprus (PrOL. m, , Caedrus ; difficilmente identificabili i diversa flumina dell'ANoN. RAv. pp. 4221. 22 e 42311.1-3 P. P. . . Tra i porti naturali cfr. Nymphaeus (PrOL. m, , Ko~akodes (PrOL. III, , Solci (PrOL. m, , Bitia (PrOL. m, lo 3), Herculis , Karalitanus (PrOL. m, , Solpidus , Olbianus . Tibulas risulta separata dal Portus Tibulas, così come Luiguido da Portus Luguidonis (ltin. Ant. p. II Cuntz = pp. e 82, . . Per quest'ultimo termine, che non sembra abbia conservato la nozione originaria, cfr. ROUGÉ, Recherches, cit., p. temente orientato da est è viceversa il mare lungo le coste orientali (mar Tirreno) e meridionali (Canale di . Molto semplicisticamente può rilevarsi l'esistenza di una corrente marina di superficie di intensità modesta, che è diretta in senso orario attorno all'isola (un fenomeno, questo, che è stato rilevato anche attorno ai litorali della Corsica), in particolare in direzione nord-sud lungo la costa orientale e viceversa da sud a nord lungo la costa occidentale, cioè in senso opposto ai venti dominanti, cosa che agevola la navigazione, per quanto esistano sensibili condizionamenti legati a situazioni locali ed alle condizioni meteorologiche.

TI sistema dei venti in Sardegna è abbastanza costante e non corrisponde in nessun modo con le indicazioni delle fonti classiche, che parlano di venti stagionali (Èt1lcrtat eupot), con periodicità di tre mesi, tra le Baleari e la in realtà il regime dei venti che spirano sulle coste sarde è abbastanza regolare, per tutto il corso dell' anno, per quanto in alcune stagioni si registrino anche notevoli variazioni di direzione collegate alle condizioni meteorologiche influenzate dall' anticiclone delle Azzorre; i venti prevalenti provengono dal quarto quadrante: maestrale, nell'antichità Circius 89 ; ma anche venti da sud (scirocco o austro): nelle fonti classiche, Notus e Africus 90 • Lungo la costa settentrionale in primavera e in autunno possono verificarsi condizioni temporanee con venti dal secondo quadrante; lungo la costa occidentale in autunno soprattutto si possono avere spostamenti dell' origine dei venti verso il secondo e il terzo quadrante; lungo la costa meridionale frequenti anche i venti dal primo quadrante; più irregolare e fortemente condizionata dall' orografia e da situazioni locali è la costa orientale, con alternanza di venti dal primo, secondo, terzo e quarto quadrante: la navigazione di cabotaggio sotto costa è al riparo dal maestrale, ma è viceversa resa pericolosa per la natura dei litorali in alcuni punti quasi inaccessibili e per la variabilità dei venti (grecale da nord-est oppure scirocco da sud-est) collegata alle condizioni meteorologiche e al rilievo . specie all'altezza dei monti di Baunei, che alcuni vogliono identificare con i Montes Insani al largo dei quali negli anni finali della seconda guerra punica si verificò la tempesta che danneggiò gravemente le 50 nuove quinqueremi del console Tiberio Claudio Nerone Si spiega perciò l'assenza di grandi infrastrutture portuali lungo la costa orientale sarda in età romana, se si prescinde da Olbia; si constata STRAB. m, 2,5 (C 144); STRAB. Chr. Cfr. anche PAUS. x, Cfr. ora S.

MEDAS, De rebus nauticis. Varte della navigazione nel mondo antico, Roma 2004, pp. . PUN. Nat. Cfr. M. FRUYT, D'Africus ventus à Africa te"a, in "Revue de Philologie" , pp. ; Uva ; sulla costa occidentale: ; Accipitrum (PrOL. ; Plumbaria (PrOL. ; Enosim (corrispondente ad Accipitrum) (PUN. Nat. ; presso Karales: Ficaria insula (PLIN. Nat. .MAIrr. CAP. VI, 645); Hermaea insula . Non lungi dalla Sardegna: Liberidae insulae, Callode insula, Heras Lutra insula (PUN. Nat. . Per completezza si citeranno infme le isole ricordate in Tab. Peut. Rura. Per l'isola Bucina cfr. anche Lib. Ponti! p. 63 Duchesne. Per le possibili identificazioni cfr. G. SOTGIU, Insediamenti romani, in R PRACcm, A. TERROSU ASOLE (a cura di), Atlante della Miscellanea greca e romana, XXI, "Studi pubblicati dall'Istituto italiano per la storia antica", xv, nota 4; sul mare clausum cfr. ivi, p. 32; In., LA navigation hivernale sous l'Empire romain, in "Revue des Études Anciennes", . LAPORTE, Mare clausum dans Fortunat, in "Revue des Études Latines", s. (per la costa atlantica). nota I) dell'emendamento di Nicola Festa senza la discussione della lezione dei codici. a quella focea, alla quale potrebbe invece assegnarsi l'origine di Sandaliotis, di presumibile origine greco-asiatica Ritornando alle colonie mitiche della sistematizzazione pausanea, il periegeta assegnava il secondo posto alla colonizzazione guidata da Aristeo, figlio di Apollo, marito di Autonoe, quest'tÙtima figlia del mitico Cadmo: dopo la tragica morte del figlio Atteone, Aristeo sarebbe partito da Tebe e, attraverso le Cicladi, avrebbe raggiunto la madre Cirene; dalla Libia, su consiglio della ninfa, sarebbe arrivato in Sardegna con uno stuolo di Greci della Beozia; di qui sarebbe poi passato in Sicilia e quindi in Tracia.

Una terza colonia fu quella degli Iberi, guidati da Norace, figlio di Ermes e di Erizia, nata da Gerione, il mitico mostro a tre teste, o dal re tartessio Terone: fu Norace, partito da Tartesso, a fondare secondo Pausania la prima città della Sardegna, sulla costa meridionale, Nora. 129. ZUCCA, l Greci e la attribuito ai Samn ° ai Rodii, sarebbe tradotto Sandaliotis da Tuneo). (la Libia e la Cirenaica), l'Iberia, l'Etruria, la Campania, la Sicilia, ma anche la Grecia, la Tracia, le Cicladi, la Troade. Certamente l'uguale esperienza fenicia e successivamente cartaginese favorì lo stabilirsi di una consuetudine di trMnci e di rotte tra la Sardegna, il Nord-Mrica, la Sicilia e l'Iberia attraverso le Baleari 132.; ma a queste si aggiunsero poi intensi contatti culturali e commerciali con Ostia e quindi con la Gallia Narbonense.

In questa sede sarà possibile solo un breve accenno ad alcune notizie delle fonti letterarie relative alle principali rotte, documentate essenzialmente per l'epoca successiva alla conquista romana, tralasciando comunque le informazioni relative a battaglie navali e ad avvenimenti di cui non sia possibile indicare un esatto riferimento geografico. 133· Cf L XIV, 4488 = " cfr. anche, per 300 miglia, STRAB. v, ; STRAB. Chr. Per il ba850 impeto, nel4lJ la singolare avventura dci comer Afrime Eracliano che, con una floua di circa 4.000 battelli, raggiunse il Lazio e tentò di occupare Roma, riguardò in quakhe modo anche la Sardegno, dii momento che furono bloccati i rifornimenti granari e la spedizione arrivò ane fod dci Tevere CO>lcggiando probabilmente illitorale ,,,,do; l'usu'1'a· tore, b"muo presso Otricoli, tornò poi in Africa e fu ucciso" Canagine ..... ,.1.). La S~rd~h"'a nella rotto Italia·Africa TI tragiuo inverso, dali 'Italia aII.' Mrica '"'" p.ssando per la Sardegna, è ugualmente ben documentato fin dill' età repubblicana: nel 217 a.c., partito da Roma, Gneo Servilio Gemino prese ostaggi in Corsiça e in Sardegna, per poi rQggiungcre l'Africa inseguendo u"" flotta cartaginese di 70 navi; con· 141. CIC M_mi ",) "'" '97'. pp. '~4 ,. o OOla 'o,. P,,;I .,.],,,1" cldb du'", dell. n~azlone "" la S",kgn. o la bh;. di:. ,n<he /'s.·Se YJ •• 7 hG". [. (un g;omo e un, nono). W>' Cfr. RoUGÉ. Recherche" cit .• p. 10'1' l. velocit, delle n"'; a vol. Tomanoi< "I",,· J ... tr. soo o 900 ",di ru ~;oroo. Per unn dura .. del trullino c.n.gin"Kand" di UIl '010 giorno e llIla ,ola nOlle dr. Ps.·Sen. . '47. AI'P. eh. G. SrARR, Th, RM"m Imp,"",1 N_U)', J' 'C'AD J4. C""",h~dg< ,,60\ pp. , ~ 148. C!" P. RoMANOllJ. Slo,"", ,Idi. proui"" "",,"ne J.II'Afiiep. Ro_ 'm. pp. 6" !S., j(ou,,~. R«h"ch". ';t .• pp. 7>'~ 14~. Cfr. om A. M",c,," AJpmi d,II. , in L·N,,·," """a"". ",,1.

quistata Pantelleria, Servilio sbarcò in Sicilia a Lilyhaeum, da dove rientrò a Roma per via terra, lasciando la flotta al pretore Otacilio, che riportò le navi risalendo le coste orientali della Sardegna e della Corsica, con lo scopo di evitare il litorale di Cuma, considerato pericoloso per la navigazione l50 • A parte la notizia di Valeria Anziate relativa alla vittoria del pretore della Sardegna Gneo Ottavio sulle navi puniche che nel in Mrica il bottino preso in Etruria e i prigionieri liguri , nel 203 a.C.

Magone, fratello di Annibale, imbarcatosi nel sinus Gallicus, nel territorio dei Liguri Ingauni, morì per una ferita (che si era procurato in uno scontro col pretore Publio Quintilio Varo e col proconsole Marco Cornelio Cetego nel territorio dei Galli Insubri), appena doppiata la Sardegna, prima che la nave giungesse a Cartagine; contemporaneamente il resto della sua flotta era sbaragliato allargo dell'isola dal propretore Gneo Ottavio l52 • L'anno successivo il console Tiberio Claudio Nerone, partito con lo scopo di associarsi nel comando della guerra in Mrica a Scipione, visto che il comizio tributo non aveva autorizzato la sostituzione del proconsole, dovette affrontare una prima tempesta inter portus Cosanum Loretanumque, allargo del Porto Argentario; partito dunque da Populonia, toccata l'isola d'Elba e la Corsica, all' altezza dei Montes Insani (probabilmente nella costa orientale della Sardegna, tra Baunei e Dorgali), vide la sua flotta di nuove quinqueremi quasi distrutta da un violento nubifragio; il console riuscì comunque a guadagnare Karales e, senza raggiungere l' Mrica, se ne tornò a Roma alla fme dell' anno consolare, riportando le navi superstiti da privato cittadino, mentre Scipione aveva vinto Annibale a Zama Nel 56 a.C., nominato già dall' anno precedente responsabile dell' approvvigionamento granario della capitale, Pompeo partecipò al convegno di Lucca, dove fu rinnovato il cosiddetto primo triumvirato, cioè l'accordo con Cesare e Crasso; il 9 aprile Cicerone non sapeva ancora se Pompeo si sarebbe imbarcato l'Il aprile a Pisae oppure a Labro (Livorno) per raggiungere la Sardegna, Olbia in particolare, ove fin dall' anno precedente si trovava il fratello Quinto l54 ; da qui Pompeo raggiunse poi l'Africa e probabilmente la Sicilia (Plutarco dà la successione Sicilia, Sardegna, Mrica forse per lo stesso episodio, ricordando la famosa frase pronunciata da Pompeo: «è necessario navigare, non è necessario vivere» 1 55 ).

Per l'età imperiale, è noto che la rotta di ritorno per le navi frumentarie africane che da Ostia raggiungevano Cartagine toccava alcuni porti della Sardegna (per l'andata sembra fosse più utilizzata la rotta più 150. POLo ill, 153· LIV. XXX, 39, 1-3; cfr. anche 27,5 e 38, 6-7~ Sull'episodio cfr. GRAS, Les Montes , Nell'inverno 126-125 a.C., in seguito a una grave carestia, Micipsa decise l'invio di una grande quantità di grano dalla Numidia in Sardegna, su richiesta di Gaio Gracco, allora questore nell'isola al seguito del console Lucio Aurelio Oreste spedizioni di grano in eccesso dal regno di Numidia verso altre regioni del Mediterraneo sono note in altre circostanze: i te numidi avevano ripetutamente inviato frumento a Delo o a Rodi (Massinissa), oppure in Ispania nel 142 a.C. durante la guerra contro i Lusitani di Viriato, per l'esercito romano (Micipsa); nel 134 una seconda spedizione era stata chiesta e ottenuta da Scipione Emiliano, che assediava Numanzia 162. POLo I, 79, 3.

163. ZoN. cfr. G. BRIZZI, Nascita di una provincia: Roma e la Sardegna, in ID., Carcopino, Cartagine e altri scritti, 164. LIV. XXIII, 34, A. MAsTINO, Cornus nella storia degli studi (con un catalogo delle iscrizioni rinvenute nel comune di Cuglieri), pp. 33 sS.; R ZUC-CA, Cornus e la rivolta del La traversata da Utica a Sulci è documentata per la flotta del pompeiano Lucio Nasidio I68 , per il quale abbiamo anche la rotta di·ritorno alla vigilia dello scontro con Cesare in Mrica quest'ultimo inviò da Hadrumelum a Karales alcune navi per chiedere vettovaglie e aiuti nella lotta contro i Pompeiani fin dagli ultimi giorni del 47 a.C. J7 0 ; dopo 15 giorni però non era ancora arrivata nessuna risposta dalle città sarde, che evidentemente avevano ricevuto in ritardo il messaggio del dittatore J71 • Per 1'età imperiale le testimonianze sono meno numerose: Settimio Severo nel 173 raggiunse Karales da Lepcis Magna, sua città natale, incaricato di svolgere la questura in Sardegna, provincia passata allora all'amministrazione senatoria; alla fine del suo mandato, nominato legato del proconsole d' Mrica, si trasferì nuovamente da Karales a Cartagine 172 .• L'occupazione vandalica di Cartagine nel 439 provocò quasi immediatamente come conseguenza la caduta della Sardegna, considerata quasi il trampolino di lancio per l'attacco finale verso Roma. Proprio durante la dominazione vandalica è attestato l'itinerario Silifis-Caesarea-Karales, coperto dalla maura Vitula, andata sposa al caralitano Giovanni: ai due sposi, di cui ci è rimasto l'epitalamio, il poeta cartaginese BIossio Emilio Draconzio, allora in carcere per aver composto un poema dedicato all'imperatore bizantino Zenone, augurava un viaggio felice, protetto da Eolo, ut ratis incolumis Sardorum li/ora tanga/ l73 • Un singolare scambio di messaggi e di truppe tra l'esercito di Tzazon, arrivato in Sardegna nel 533 alla vigilia dell'invasione bizantina con soldati e 120 navi, e il fratello Gelimero, ultimo re dei Vandali, si svolse ripetutamente lungo il percorso da Cartagine a Karales e viceversa, fino alla battaglia decisiva, che fu combattuta presso Bulla Regia, a Tricamarum I74 • 168. Beli. AfT. 172. SHA Sev. II, 4-5, cfr. MASTINO, Le relazioni tra Africa e lo., Supplemento epigrafico turritano, in "Nuovo bullettino archeologico sardo", : l'etnico può forse essere messo in relazione con la città di Icosium (Algeri), nella Mauretania Cesariense l93 • È stata segnalata l'intensità di produzioni africane (olio, vino, conserve e salsa di pesce, ceramiche) importate nell'isola soprattutto tra il II e il IV secolo d.C. potrebbe ipotizzarsi un riferimento all' «isola de PIombino», tra Capo Sancto e Arbataxara, identificabile con l'isolotto d'Ogliastra, del Compasso de Navegare (B. R MoTZo, Lo compasso de navegare. Opera italiana della metà del secolo XlII, in "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di , lungo la rotta compiuta da san Senzio e socii tra Calaris e l'insula Turarium, . e/L x 7846, cfr. J .-M. LASSÈRE, Ubique populus. Peuplement et mouvements de population dans l'Afrique romaine de la chute de Carthage à la fin de la dynastie des Sévères , . Da escludere l'interpretazione tradizionale che identifica in Uticensis l'etnico della sarda Othoca/Uttea: E. USAI, R ZUCCA, Colonia lulia . C/L X 7535, cfr. Y. LE BOHEC, La Sardaigne et l'armée romaine, TI percorso inverso Sardegna-Mrica appare ugualmente frequentato: a parte il trasferimento in Mrica di mercenari sardi in età punica, è attestato il trasporto di grano sardo a Cartagine nel corso di tutto il V e il IV secolo a.C., un periodo nel quale la produzione cerealicola africana risulta fortemente deficitaria I9S. I dati più cospicui relativi alla rotta Sardegna-Mrica delle navi cartaginesi sono offerti dalla narrazione storica sugli eventi navali del 259-258 a.C.

Dopo la grande vittoria di Mylai, nel 260 a.C., contro la flotta cartaginese comandata da Annibale 1 9 6, i Romani, non sentendosi pronti ad affrontare ancora il nemico sul mare, pur mantenendo gli effettivi in Sicilia, tentarono negli anni 259-258 a.C. azioni militari nelle isole tirreniche della Corsica e della Annibale dopo essere rientrato a Cartagine fu inviato, poco tempo dopo, in Sardegna con una nuova flotta. Con il passaggio della sua flotta in Sardegna, Annibale poté forse contrastare Lucio Cornelio Scipione nel quadrante nord-orientale nel 259 a.C. ., Punic Wars, "Studia Phoenicia", X, "Orientalia Lovaniensia analecta", 33, Leuven 1989, pp. lo., Olbia conquistata dai Romani nel Gaio Sulpicio compì delle scorrerie in molti territori della Sardegna, e imbaldanzito da queste operazioni volle muovere anche verso r Mrica. Allora i Cartaginesi, preoccupati per la loro patria, gli salparono contro con Annibale. Però a causa del vento che soffiava in direzione a loro contraria, ambedue i concorrenti dovettero ripiegare indietro. Dopo questa circostanza Sulpicio 10 3 pensò di trarre in inganno Annibale servendosi di alcuni finti disertori, dando a credere che stesse per navigare di nuovo verso r Mrica. Dopo di che Sulpicio in tutta fretta messosi in navigazione alla volta di costui che già aveva preso il largo, provocò r affondamento di molte sue navi dopo averle danneggiate, mentre Annibale per lungo tempo ignorava l'accaduto a causa della nebbia. Le navi superstiti -fuggite verso terra -Sulpicio le catturò che già erano vuote. Infatti Annibale, non ritenendo rassicurante il porto, abbandonando queste aveva ritenuto di trovare rifugio nella città di l:<ri'>ÀXot. Senonché qui, essendo scoppiata una sedizione contro di lui, mentre procedeva da solo incontro a loro, fu fatto uccidere. Dopo questo episodio, sbarcati i Romani con molta audacia in quella regione <xropa), vennero battuti da Annone2.Oot.

Polibio nel suo profilo di Annibale, il vinto di Mylai, tratteggia la sua tragica fine a seguito della nuova sconfitta navale nelle acque sarde 2.0 s , mentre la periocha del XVII libro di Livio 2.06 e Orosio 2.07 ricordano laconicamente la vittoria navale romana e l'uccisione di Annibale per mano dei suoi soldati.

Un frammento di Dione Cassio, infine, accenna alle avverse condizioni atmosferiche e in particolare alla nebbia che avrebbe deciso la battaglia navale a favore dei Romani 208.

La sequenza degli eventi si sviluppa a partire dall' estate del Sulpicio allora, con l'invio di finti disertori ad Annibale, insinuò nello stratego punico la falsa notizia di una nuova spedizione romana alla volta di Cartagine, a tal punto che mosse le proprie navi verso sud-est, tenendosi con la nave ammiraglia in retroguardia.

Le navi puniche, scomparse ben presto alla vista di Annibale a causa di una forte nebbia (of.ltxÀ,T\), evento assai raro ma pure attestato, vennero intercettate dalla flotta di Sulpicio, non lontano dalla costa, secondo le condizioni comuni delle battaglie navali dell' antichità, e in parte affondate a causa del loro danneggiamento.

Annibale rientrò precipitosamente al porto di Suld, con grande probabilità quello meridionale, abbandonando le navi, ben presto catturate da Sulpicio, e portandosi con i suoi soldati all'interno delle mura della città. A causa di questa condotta rinunciataria i suoi stessi soldati lo giustiziarono mediante il supplicium crucis, frequentemente utilizzato dai Cartaginesi, piuttosto che lapidandol0 Più tardi, all'indomani della prima guerra punica, gli scambi di informazioni (lettere e messaggi apocrifi) che si ebbero ripetutamente negli anni 240-238 a.C. tra i mercenari in rivolta contro Cartagine che si trovavano in Sardegna e quelli che si combattevano in Mrica, presup- 348 a.C., era consentito soltanto l'approdo in Sardegna per un periodo massimo di cinque giorni e soltanto se le condizioni del mare fossero state proibitive e se la burrasca lo avesse reso indispensabile La presenza di mercanti italici in Sardegna è sicura alla fine della prima guerra punica: 500 di loro, colpevoli di aver rifornito i rivoltosi, furono catturati dai Cartaginesi nell'isola e quindi rilasciati e rispediti a Roma nel a.C. L'anno successivo con la campagna di Tiberio Sempronio Gracco iniziava l'occupazione romana della Sardegna l'imbarco delle truppe legionarie avveniva regolarmente a Pisae, mentre lo sbarco a Olbia, il cui porto fu notevolmente potenziato, per essere più vicino alla capitale e l'unico importante della Sardegna nord-orientale; Olbia assicurava i collegamenti con la capitale in ambito locale o anche per le rotte originantesi in Africa, che interessassero il mar Tirren0 233 ; con l'età imperiale fu utilizzato ampiamente anche il porto di Turris Libisonis, ove-affluivano merci e manufatti di officina urbana 234. Non conosciamo la ragione della presenza a Karales di quel Bettius Crescens, residente a Roma (domo Roma), che mori in Sardegna, dopo aver partecipato valorosamente alle campagne daciche e partiche di Traiano e alla guerra giudaica di Adriano nella prima metà del II secolo d.C. Fu la Sardegna a ricevere deportati cristiani sin dal II secolo d.C. Intorno al 190 è testimoniato, infatti, un numero indeterminato di cristiani della comunità di Roma damnati ad metalla, ossia condannati ai lavori forzati nelle miniere. La notizia è contenuta in un'opera redatta in greco, i Philosophoùmena e katà pasòn airèseon èlenchos, attribuita con qualche incertezza a Ippolito, presbitero romano. Ippolito ci informa che Marcia (identificata con probabilità con la Marcia Aurelia Ceionia Demetrias di due tituli anagnini 2 37 ), liberta favorita dell'imperatore Commodo ma anche philòtheos, forse catecumena o comunque iniziata . POLo III, 24, II, cfr. SCARDIGLI, I trattati romano-cartaginesi, cit., pp. I fedeli (e i membri del clero?) della Chiesa di Roma condannati ad meta/la in Sardegna vennero avviati in un unico distretto minerario imperiale della Sardegna, probabilmente quello di Me/alla, tra Neapo/is e Sulci, corrispondente forse al centro di Grugua-Buggerru e alle miniere circostanti, tra Fluminimaggiore e Iglesias 138 • Dobbiamo ipotizzare che la trans/relatio degli addetti al lavoro coatto avvenisse da Porto (il nuovo porto di Traiano, presso Ostia), ovvero da Cen/um Ce/lae (l'altro scalo laziale di fondazione traianea, a Civitavecchia), alla volta del porto di Su/ci Antioco) e dal quale, attraverso la via Sulci-Neapolis, i daml1ali raggiungevano il luogo della pena, i metallo.

Da Roma giunse a Metalla, in Sardegna, il presbitero Giacinto, inviato da Marcia, con le lettere liberatorie di Commodo per i diImnati ad mela/la cristiani, certificati nell' elenco di papa Vittore. Tra i condannati ad metallo in Sardegna vi era un altro cristiano della Chiesa di Roma, lo schiavo argentarius Callisto, condannato per bancarotta e, di conseguenza, non compreso nella lista ufficiale dei martyres (testimoni della fede) nelle miniere della Chiesa di Roma. In ogni modo l'argentanus riuscì a far valere la sua reale qualifica di martire, convincendo il presbitero Giacinto a intercedere per lui presso il procurator loci, o meglio, metallorum che, in effetti, lo restituì alla libertà insieme agli altri cristiani romani. Callisto, rientrato nell'Urbe, divenne il più stretto collaboratore del successore di papa Vittore, Zefirino, e dopo la sua morte gli successe sul trono di Pietro 2.4°.

Nel Liber Ponti/ica/is è attestata, per il 235, la deportazione di Pontianus episcopus e di Yppolitus presbiter in Sardinia, insula Bucina, nell'isola Bucina, pertinente alla Sardinia. In quest'isola il pontefice avrebbe subito reiteratamente la fustiga/io e sarebbe morto tre giorni prima delle calende di novembre. Successivamente il papa Fabiano si sarebbe recato in quest'isola con il clero romano, per effettuare via mare la translatio del corpo di Pontianus. . Può ammettersi che Ippolito e Ponziano, entrambi in possesso della cittadinanza romana, in forza dell'editto di Caracalla de civitate del 212, dovettero subire la media capitis minutio, la perdita del diritto di cittadinanza e dei propri beni patrimoniali, ed essere deportati in una piccola isola della Sardegna, piuttosto che genericamente nella Sardinia. In Sardegna Ippolito ritornò nella comunione con la Chiesa, mentre il pontefice probabilmente rinunziò al pontificato quattro giorni prima delle calende di ottobre (28 settembre), per evitare che la comunità di Roma restasse senza pastore, morendo, poi, nel luogo di condanna tre giorni prima delle calende di novembre (30 ottobre) del 235. L'originaria depositio del pontefice Pontianus avvenne in Sardegna, in un'area funeraria ignota, ad opera, si ritiene, di Ippolito e di membri della Chiesa di Roma che curava i propri figli e -a fortioriil proprio vescovo condannati alle miniere o alla deportazione. Tempo dopo venne a mancare lo stesso Ippolito e anche a lui fu assegnata una sepoltura in Sardegna forse a cura di membri della Chiesa romana che, in ogni caso, dovevano contare almeno su alcuni elementi locali simpatizzanti col cristianesimo, piuttosto che ammettere che Ponziano e Ippolito fossero stati condannati insieme ad altri cristiani dell'Urbe, che avrebbero curato la sepoltura di Pontianus e Hippolytus. I due martyres dovettero giacere nelle loro sepolture di una necropoli sarda per vari anni, finché, dopo la morte di Massimino il Trace, sotto gli imperatori Gordiani o addirittura Filippo l'Arabo, ritenuto cristiano da Eusebio di Cesarea, il pontefice Fabianus , dopo aver ottenuto un rescritto imperiale per la traslazione dei due deportati, in quanto la pena della deportatio restava in vigore anche post mortem, se non interveniva un rescritto dell'imperatore che autorizzasse a transfe"e e sepelire il damnatus altrove che nel luogo della condanna (Dig. XLVllI, 24, 2). n viaggio pontificio si svolse al colmo dell'estate, nel mese d'agosto, se la depositio dei due martyres in Roma avvenne idibus Augustis, il 13 agosto (V. SAXER, La questione di Ippolito romano a proposito di un libro recente, in AA.Vv., Nuove ricerche su Ippolito, "Studia ephemeridis Augustinianum", , nella cripta dei papi, nel cimitero di Callisto per papa Ponziano (MARUCCHI, Osservazioni sull'iscrizione del papa Ponziano, cit., pp. 435-50; PR. PERGOLA, Le catacombe romane. Storia e topografia, a cura di P. M. vincia frumentaria 1S1: la specializzazione monocolturale nell'isola consentì certamente uno sviluppo della produzione vinicola in Italia, i cui prodotti risultano regolarmente esportati in Sardegna, almeno fino all'età dei Severi 153 .

La navigazione tra Olbia e Ostia, anche durante la stagione invernale con il mare clausum, è attestata per l'anno 56 a.C.1S4.

Navi sarde pirateggiavano sul litorale etrusco ancora all' epoca di Augusto, se Strabone afferma che si svolgevano razzie fin sulle coste di Pisae 1SS • Con la sistemazione a nord della foce del Tevere del porto di Claudio e poi di quello di Traiano, i collegamenti di Ostia con la Sardegna dovettero essere enormemente facilitati 1S6. Fu proprio Claudio, dopo esser stato violentemente contestato per i ritardi nell' approvvigionamento granario della capitale, a fare tutto il possibile per assicurare i collegamenti della Sardegna con Ostia anche nella stagione invernale (nihil non excogitavit ad invehendos etiam tempore hiberno commeatus): in particolare assicurò i trasporti effettuati durante il periodo di mare clausum, garantendo personalmente i rischi e le eventuali perdite per naufragio, e favorì la costruzione di navi per il trasporto delle merci 1S7 .

I navicularii sardi, turritani e caralitani in particolare erano rappresentati a Ostia, dove operavano con una qualche continuità, d'intesa con altre organizzazioni marittime mediterranee. Nel piazzale delle Corporazioni, accanto al teatro, si è ritrovato il mosaico che individua la statio, l'ufficio di rappresentanza o almeno il luogo di ritrovo dei navic(ularii) Turritani, cioè degli appaltatori privati originari di Turris Libisonis. A po- ca distanza si trovava anche la statio dei navicul(arii) et negotiantes Karalitani. Nel primo mosaico, in bianco e nero, databile durante il regno di Settimio Severo, o comunque tra il 190 e il 200, è raffigurata una nave a vele spiegate, con albero maestro e albero di bompresso; la prua è obliqua; la poppa ricurva con i due timoni poppieri; nel secondo è disegnata «una nave del tipo detto ponto [ ... ] con aplustre a voluta, alta poppa ricurva con cassero e transennID>. La nave ai due lati è inquadrata «da moggi cilindrici su tre pieducci senza anse, con fasciature bianche»: un'ulteriore dimostrazione dunque, se ce ne fosse bisogno, di un' attività collegata prevalentemente con l'annona e col trasporto del grano ] curatorum navium marinar 161. Si discute sull'esistenza di un vero e proprio collegio di domini navium dell' Mrica e della Sardegna: sembra probabile che si tratti, più che di una corporazione, di una <<temporanea associazione sotto una denominazione comune, dei domini navium di varie città dell' Mrica e della Sardegna, tutti in contatto con l'amministrazione imperiale»161. L'iscrizione sembra confermare da un lato che il prodotto che si trasportava dalla Sardegna a Ostia era frumento (o comunque altri cereali), dato che il patrono del cor ] curatorum navium marinar è espressamente un mercator frumentarius; non è naturalmente escluso che le navi potessero trasportare altri prodotti, come per esempio minerali, granito della Gallura, cavalli vivi oppure carne suina, quest'ultima esportata anche come tributo (dopo Au- reliano divennero regolari le distribuzioni alla plebe di Roma) :t6), quando non si preferiva in alternativa la pratica dell'adaeratio (facoltativa dopo il 324) :t6 4 ; in secondo luogo l'iscrizione sembra confermare che anche il grano africano arrivava a Ostia via Sardinia e quindi che i legami tra l' Mrica e la Sardegna, ampiamente noti per il periodo repubblicano, si sono intensificati in età imperiale :t6 S • Emergono infme le caratteristiche di una ricchezza fondata sulla combinazione del commercio marittimo e della proprietà agraria, in Sardegna come in Mrica :t66. TI ricordo di altri otto porti africani nei mosaici del piazzale delle Corporazioni di Ostia, accanto a un solo porto egiziano (Alessandria) e a un porto della Narbonense (Narbo Martius), sottolinea ancora il ruolo della Sardegna come tramite nelle relazioni marittime tra l' Mrica e Ostia :t67.

Un nuovo frammento dell' edictum de pretiis promulgato da Diocleziano e dagli altri tetrarchi nel 301, scoperto ad Mrodisia di Caria nel 1961 ma pubblicato nel 1970, con la copia latina di Aezani di Frigia scoperta nel 1971, consente ora di accertare che all'inizio del IV secolo erano calmierate le tariffe di almeno quattro itinerari marittimi principali con partenza dalla Sardegna, uno dei quali era indirizzato verso Roma; gli altri tre toccavano rispettivamente Genova, la Gallia e l'Africa. A parte erano calcolate le tariffe, alquanto più modeste, per il trasporto delle merci per conto del fisco imperiale, sugli stessi itinerari :t68.

La rotta frumentaria tra la Sardegna e Ostia fu particolarmente frequentata a partire dall'età di Costantino:t69: abbiamo notizia delle disastrose conseguenze, per la plebe di Roma, dei ripetuti attacchi dei Vandali di Genserico, che causarono gravi incertezze nella navigazione, già prima dell'occupazione dell'isola e del sacco di Roma del 455:t70. 267. Cfr. P. ROMANELLI, Dia/cune testimonianze epigrafiche sui rapporti tra /'Africa e Roma, in "Cahiers de Tunisie", In Africa e a Roma. Scripta minora se/ecta, Un curioso episodio è raccontato nei primi decenni del V secolo in una famosa lettera di Paolino di Nola, inviata forse all' ex vicario di Roma Macario, riferita ora all' estate del4I1, nella quale si racconta che l'inverno precedente (hieme superiore) i navicularii sardi furono costretti (com-pulsI) dalle pressanti necessità dell' annona (collegate probabilmente con l'invasione visigotica) a inviare navi cariche di grano a Ostia, anche se la stagione invernale aveva fatto decretare il mare clausum, l'interruzione nei collegamenti marittimi: il rischio di naufragio sarebbe stato poi compensato da un maggiore guadagno. In quest' avventura il navicularius Secundinianus, considerato dai più di origine sarda 1 7 1, perse la nave e tutti i marinai tranne uno, a causa di una tremenda tempesta che scoppiò probabilmente sulla costa nord-orientale della Sardegna, presso la località Ad Pulvinos, poco dopo che la nave era uscita da un porto sardo, forse Olbia; l'unico superstite, Valgius, lasciato sulla nave dagli altri marinai, che avevano sperato di salvarsi imbarcandosi su una scialuppa, riuscì a sbarcare sul litorale lucano dopo alcuni giorni di terribile navigazione 171 • È stato recentemente dimostrato che l'armatore Secundinianus non era sulla nave al momento del naufragio e che di conseguenza il navicularius non va confuso con il comandante della nave ; cfr. anche CIL X 7596 (Nostra Signora di Castro, Oschiri); "AE" 1920 = ILSard. I 222 (Bitti); G. PmAs, Un miles della cohors III Aquitanorum in un'iscn:' vone funeraria proveniente da Ardara : nota preliminare, in J;Africa romana, voI. xv, cit., pp. 1543-56 (Ardara). Cfr. LE BOJIEC, La Sardaigne et l'armée romaine, cit., pp. , in "Rivista di studi liguri", 1977-81, pp. EAD., La nave romana di Spargi . Relazione preliminare delle campagne in "Forma maris antiqui", , pp. EAD., Il relitto della nave romana di Spargi. Campagne di scavo in "Archeologia subacquea", 3, suppl. al n. del "Bollettino d'Arte", 1986, pp. cfr. anche AGATHEM. e MAlIT. CAP. VI, 612; ROUGÉ, Recherches, cit., p. . CIL X 7557 = «AE" 1958, 258, cfr. BALIL, En torno a las reladones, cito pp. L'iscrizione, di provenienza incerta, ma presumibilmente da Fordongianus (Aquae Ypsitanae), a giudicare dal supporto in trachite rossa e dall'associazione di Atecina con le acque termali, è conservata al museo di Cagliari. Cfr. M. P. GARcfA-BELLIDO, Lucus Feroniae Emeritensis, in " Archivo EspaDol de Arqueologia", La dedica di un altare bronzeo sul Capo Sant'Elia all'ingresso del porto di Karales, alla dea Astarte di Erice (TII secolo a.C.), documenta le relazioni tra la Sardegna e la Sicilia occidentale nell'età punica 322 , del resto ampiamente confermate dalle notizie di trasporti di grano a !mera (nel 480 a.C., durante la guerra contro Gelone) e anche a Siracusa (396 a.C., durante la guerra contro Dionisio) 3 Le fonti calcolano in due giorni e una notte la navigazione tra la Sardegna e la Sicilia 3 2 4, lungo una distanza valutata in 2.800 stadi S. BaNDì, Le relazioni con la Sicilia e la Sardegna nel quadro della politica economica di Cartagine nel Medite"aneo, in L. SERRA (a cura di), Gli interscambi culturali e socio-economici fra l'Africa settentrionale e l'Europa medite"anea. Atti del Congresso Internazionale di Amalfi 5-8 dicembre 1983, voI. I, Napoli 1986, pp. Cfr. tuttavia, per altra lettura (<<ad Astarte madre»), M. FANTAR, Récentes découvertes dans les domaines de l'archéologie, in "Bulletin du Comité des travaux historiques", n.s. tra Karales e il promontorio di Lilybaeum 31s • I Siculenses, una popolazione non urbanizzata sicuramente da collegare in qualche modo con la Sicilia, sono ricordati sulla costa sud-orientale della Sardegna nel n secolo d.C. 3 1.1.14. La rotta Sardegna-Mediterraneo orientale La Sicilia dové essere tappa fondamentale per le rotte che dalla Sardegna e in particolare da Karales conducevano in Oriente: le notizie in nostro possesso non sono numerose, ma possiamo citare consistenti trasporti di grano verso l'Etolia durante la guerra siriaca negli anni 190-189 a.C.3 1 7, verso l'Asia Pergamena nel , verso la Macedonia durante la guerra contro Perseo nel 171 a.C. 3 1 9, nel quadro delle note «gravi difficoltà di approwigionamenti in Grecia agli inizi del n secolo, in particolare all'epoca della seconda guerra macedonica e di quella siriaca»33 0 ; successivamente ci è nota soltanto una spedizione di frumento, durante la campagna condotta dai triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido contro i cesaricidi conclusasi a Filippi nel 42 a.C. Hl.

Si è già parlato del percorso indicato da Plinio il Vecchio per i collegamenti tra Gades e la Siria, che fin dalla prima metà del I secolo d.C. avevano appunto Karales come porto intermedio 33 2 : la rotta, indicata con partenza da Myriandum (poco a nord di Antiochia), toccava Cipro, Patara in Licia, Rodi, Astypalaea, isola del mare Carpazio, Tenaro in Laconia (punta centrale del Peloponneso), Lilibeo in Sicilia e quindi la Sardegna, con un percorso di circa 2.113 miglia.

TI riferimento a Cipro appare prezioso: proprio nel I secolo d.C. (o addirittura nel secolo precedente) conosciamo a Olbiada un'iscrizione greca segnalata in un manoscritto della fine del XIX secolo ~ un ap- È ugualmente da sottolineare il riferimento a Rodi, come punto di passaggio della rotta tra la Siria e Gades, attraverso la Sardegna: attorno al IlO a.C. questa rotta fu seguita, a giudizio di Jehan Desanges, da Posidonio di Apamea, che secondo Strabone proprio a Gades avrebbe preso conoscenza del fenomeno delle maree, trattato nell'opera De oceano 335 ; per arrivarvi nell'ultimo tratto avrebbe percorso la rotta Puteoli-Karales-Carthago Nova-Gades, evitando di toccare il Nord-Mrica, dove era in corso la guerra giugurtina. Non escluderei di conseguenza che proprio Posidonio sia la fonte di Plinio il Vecchio per la rotta Myriandum-Gades. Dalla Liguria si arrivava a Olbia (o a Turris) partendo da Genua; dalla Gallia Narbonense sono attestate relazioni di Massilia e Narbo Martius con Tharros e con Turris Libisonis.

Dalla penisola iberica, attraverso le Baleari e, in alcuni casi, lungo una rotta più meridionale che toccava il Nord-Mrica, sono attestate relazioni con i porti di Cornus, di Tharros e di Sulci da Carthago Nova e da Tarraco.

Karales fu il porto principale sulla grande rotta mediterranea che collegava Gades sull' Adantico con Myriandum in Siria, attraverso Cipro.

L'approdo più vicino in Corsica era Marianum (Bonifacio), ma il porto più frequentato, in relazione ai collegamenti attraverso l'isola d'Elba con il litorale etrusco, era Aleria.

Per la Sicilia le notizie in nostro possesso sono limitate e sono attestati rapporti con i centri di Lilybaeum (sulla grande rotta tra Karales e l'Oriente), Siracusa e Imera. TI porto di imbarco era Karales. I porti sardi risultano localizzati di preferenza su promontori (Karales 339 , , alla foce di un fiume (Bosa, Turris Libisonis), , presso isolotti o scogli (Bosa, , infine all'interno di vasti golfi riparati dalle montagne (Olbia) H0. A Karales già in età repubblicana funzionavano dei cantieri per la riparazione delle navi Hl ,ma anche horrea, magazzini per l'ammasso delle merci in transito, oltre che sicuramente uffici della capitaneria H2 • Allo sviluppo di Karales come scalo mediterraneo ha indubbiamente contribuito la favorevole situazione topografica, la presenza di un porto naturale sufficientemente protetto e la conformazione del golfo e degli stagni, che ricorda molto da vicino quella del golfo di Tunisi, chiuso a occidente da Cartagine.

A Turris sono stati identificati gli horrea del TI-ITI secolo, riferiti all'emporium portuale; essi furono poi distrutti alla metà del V secolo in coincidenza con la costruzione della nuova cinta muraria, edificata frettolosamente in vista del secondo attacco dei Vandali contro la Sardegna H3 • La ripa turritana, ricordata in due distinte iscrizioni della colonia, era affidata a procuratori e a potenti liberti imperiali, che si occupavano della riscossione dei diritti doganali (i portoria) 344. casi) e sulle navi della flotta di Ravenna (almeno 9 casi): tra le province occidentali è anzi la Sardegna la provincia di origine del maggior numero di classiarii, almeno allo stato delle nostre conoscenze 36I ; per restare ai soli diplomi militari, ben sette riguardano marinai di origine sarda 36 \ su un totale di 35 diplomi di classiarii fin qui rinvenuti 348. P. A. GIANFROTIA, Commerd e pirateria: prime testimonianze archeologiche sottomarine, in "Mélanges de l'Ecole française de Rome-Antiquité", L. CAVAZZUTI, Nuovi rinvenimenti sottomarini per lo studio della pirateria, in "Archeologia subacquea. Studi, ricerche e documenti", 349. STRAB. v, I rinvenimenti epigrafici sono stati effettuati a Roma (sei casi) Ostia (un caso) 3 6 5, Miseno (dodici casi) inoltre A ltin um (un caso) Ravenna (due casi) 3 68 , Surrentum (un caso) 3 6 9, Seleucia di Pieria (un ca-SO)37 0 ; si aggiungano a questi i casi dei classiarii sardi di origine, rientrati nell'isola dopo il congedo: essi sono citati in Sardegna nei diplomi di Torton (due marinai) 37 1 e Olbia 37 ,., per la flotta di Miseno; TIbono (due casi) 373 e Fonni 374 per la flotta di Ravenna; Seulo per una delle due flotte, non identificata con esattezza 375. Si può citare anche il legionario sardo della I Adiutrix) una legione costituita da Nerone con marinai della flotta di Miseno; dopo il congedo è evidente che il legionario si è ritirato in Sardegna, dato che il diploma relativo è stato rinvenuto ad Anela Sono noti milites, un manip(ularis) Le navi di imbarco erano soprattutto triremi 386 , ma anche quadriremi 387 e libume 388 ; in un caso è utilizzato il termine ratis, per indicare una nave di piccole dimensioni (chiamata ratiaria sul mosaico di Althiburos) Un prefetto della flotta, Anicetus, fu esiliato proprio in Sardegna da Nerone 390 ; un altro, C. Claudius Sardus, era forse originario dell'isola 391 • 1.1.17. I marinai. Le associazioni delle genti di mare Sappiamo che nel 369 gravi ammende erano previste per il gubernator e il magister navis che trasportassero a bordo della nave i metallari aurileguli, fuggitivi dalle miniere imperiali verso la Sardegna, in occasione forse di una straordinaria quanto sfortunata corsa all'oro 39 2.. Si è già detto dell' organizzazione del commercio marittimo, con la netta ripartizione di funzioni e di responsabilità, anche sul piano giuridico, oltre che di privilegi, tra domini navium 393, navicularù' 394 e nautae 39S ; è noto che una delle fonti di ricchezza è rappresentata in età imperiale da una combinazione di iniziative commerciali marittime e di proprietà agraria di tipo latifondistico 396 • Occorre poi distinguere nettamente due livelli di trasporti: quelli effettuati per conto del fisco imperiale (con tariffe estremamente ridotte) e quelli invece effettuati nell'ambito dell'iniziativa privata dei singoli imprenditori, che spesso rischiavano anche il naufragio, navigando durante la stagione invernale (mare clausum), pur di incrementare il guadagno. Per la Sardegna non sono attestate corporazioni di appaltatori di trasporto marittimo, anche se l'attestazione a Ostia di un gruppo di domini navium di origine sarda ha fatto ipotizzare l'esistenza di un'associazione, in qualche modo collegata con altre analoghe organizzazioni africane di proprietari di navi 397, Difficilmente possono essere inseriti nella categoria delle associazioni di carattere marinaro quei sodales Buduntim', originari di Butuntum in Apulia, noti da una nuova iscrizione rinvenuta presso il lago Baratz, a breve distanza da Algher0 398 , L'abbondanza di cavalli apprezzati e di ottima qualità nell'isola ricorre ripetutamente nelle fonti, specie nel IV secolo d.C. 4 0 7: è noto 1'episodio dello strator Constantianus, responsabile delle scuderie imperiali, lapidato su ordine di Valentiniano I (364-375) per aver tentato di sostituire alcuni cavalli sardi con altri di qualità più scadente 408 • TI trasporto a Roma dei cavalli isolani -destinati spesso per il servizio di posta, il cursus publicus, assieme ai buoi 409 -doveva awenire con navi apposite, così come speciali erano le navi che trasportavano il granito della Gallura, le cosiddette naves lapidariae 4lo • TI grano doveva essere stivato per il trasporto marittimo senza speciali contenitori: la nave veniva di preferenza riempita interamente di grano, che poi era scaricato negli horrea al porto di Ostia. In alcuni casi si è ipotizzato l'uso di cesti, vasi, sacchi di pelle; tutti materiali che l'indagine archeologica non ha potuto naturalmente ritrovare 411 • Dalla Sardegna dovevano essere trasportati anche minerali (tra l'altro allume) e lingotti di piombo 4 l7..lnfine l'isola esportava costantemente schiavi, sia pure di cattiva qualità (sardi venales). . Capitaneria e funzionari del porto Conosciamo alcuni funzionari addetti alla soprintendenza dei porti sardi e alla riscossione dei diritti doganali sulle merci in transito (i porloria):

un anonimo appartenente forse all' ordine equestre è ricordato a Turris Libisonis in una dedica pubblica, con la qualifica di [proc(urator)} ripae Turr(itanae); l'iscrizione che lo menziona è stata rinvenuta presso la dogana di Porto Torres, nel bacino dell' antico porto romano, sistemato in età severiana, di cui restano poche tracce 4Il • Si tratterebbe di un funzionario addetto al controllo dei traffici marittimi, alla riscossione dei dazi e alla custodia delle merci in transito 4 1 4.

La stessa carica è ora attestata anche in un'iscrizione recentemente pubblicata da Giovanna Sotgiu e proveniente dall'ipogeo di Tanca di 407. Per l'anno 359 circa cfr. Expos. totius mundi Non si prenderanno in considerazione, in questa sede, le testimonianze della redistribuzione nell' ambito del Mediterraneo centrale e occidentale (Catalogna, arco eracleo, Emilia, Toscana, Corsica) dell'ossidiana del monte Arei in Sardegna 4l8 , in quanto attinenti a una problematica (lo scambio in età preistorica) sostanzialmente distinta da quella analizzata in questa sede e concernente l'inserimento della Sardegna nelle rotte tra Oriente e Occidente mediterraneo. Tale inserimento, allo stato delle conoscenze, appare realizzato a partire almeno dal XIV secolo a.C. 415. "AE" 1981,476. Può dirsi superata la polemica sull'integrazione delle lacune dell'iscrizione, dopo il ritrovamento di un secondo frammento, che rende la lettura ripae sicura: P. MELONI, Stato attuale della ricerca sulla Sardegna romana, in Stato attuale della ricerca storica sulla in "Archivio storico sardo" , e soprattutto (nel dibattito) p. 125; SOTGIU, Sul procurator ripae, cit., pp. • aL x 7587 = lLS 1402, cfr. R J. ROWLAND JR., Two Sardinian Notes, in "Zeitschrift rur Papyrologie und Epigraphik", pp. 171 s.; A. MAsTINO, A proposito di continuità culturale nella Sardegna romana, in "Quaderni sardi di storia", diversamente MELONI, 418. Cfr. GRAS, Tra/ics tyrrhéniens archai"ques, cit., pp. e, in particolare, R H. TYKOT, Obsidian Procurement and Distribution in the Centrai and Western Mediterranean, in "Journal of Mediterranean Archaeology", Nell'ambito cronologico del XII-prima metà dell'XI secolo si verifica presso le comunità nuragiche della Sardegna un pressante segno di una presenza materiale cipriota, costituita sia da ceramica (un frammento di pythos cipriota, vano p, una base di una forma chiusa, vano A, un'ansa wishbone di coppa, vano C, del complesso dell' Antigori, Sarroch, ancodalo). Cfr. M. BEITELLI, S. T. LEVI, L. VAGNETII, Cronologia, topografia e funzione dei siti con testimonianze micenee in Italia meridionale, in "Geographia antiqua", pp. 420. E Lo SCHIAVO, L. VAGNETI1, Micenei in Sardegna?, in "Rendiconti dell'Accademia dei Lincei", s. 423. P. BERNARDINI, Tre nuovi documenti d'importazione dalla collina di Muru Mannu, in "Rivista di studi fenici", 424. E Lo SCHIAVO (a cura di), La vita nel nuraghe Arrubiu, Dolianova 2003, pp. ; EAD., Sardinia between Easl and West, cit., pp. 152-3, . Importazioni micenee in Nuraghe Arrubiu (Orroli); 2. Villaggio nuragico di Murru Mannu (Tharros-Cabras); 3-4. Nora (Pula); 5. Elmo miniaturistico in avorio da Decimoputzu; 6. Nuraghe Antigori (Sarroch). ra un' ansa wishbone di coppa di imitazione locale da San Sperate 42S ), sia e soprattutto da bronzi, tra cui specchi e, in particolare, tripodi 426 • La Sardegna è, infatti, interessata dalla circolazione di tripodi enei di manifattura cipriota del Tardo Cipriota ID (1200-1050)427, che dà luogo anche a rielaborazioni locali. Tra i primi devono indicarsi gli esemplari di una collezione privata di Oristano (forse da Siniscola) e di Samugheo. Sono attribuibili, invece, ad artigianato nuragico i tripodi di Santadi (Su Benatzu), Ittiri (Santa Maria in Paulis) e Serri (Santa Vittoria) La segnalazione di un relitto di nave con carico di oxhide ingots nelle acque dell'isola di Formentera,n 8 , la più sud-occidentale dell'arcipelago delle Baleari, suggerisce l'utilizzo di una rotta d'altura presumibilmente dalla Sardegna 439 verso l'estremo Occidente.

In effetti, l'isola tirrenica rappresentava, anche per le sue ricchezze in metallo, allume, grano e schiavi (?), un plesso fondamentale della navigazione sia verso occidente, sia verso oriente 44 0 • È acquisizione recente degli studi l'enucleazione di ceramiche di produzione nuragica rispettivamente del Bronzo tardo e del Bronzo finale nei contesti, esterni alla Sardegna, rispettivamente di Kommos (l'insediamento portuale minoico della costa meridionale dell'isola di Creta 44I ), di Cannatello (Agrigento) (XIII secolo a.C.)44 2 e di Lipari (metà XIfine X secolo a.C.) 443, che indiziano un'interazione diretta tra i Sardi e le marinerie che raggiungevano l'isola di n paesaggio mediterraneo del tardo II millennio a.C. era caratterizzato da navi «che toccavano vari porti del Mediterraneo, caricavano e scaricavano continuamente parte delle merci, avevano probabilmente a chia, ivi, pp. bordo marinai di diversa origine e andavano dove gli interessi economici del momento prospettavano buoni affaro)444. Le rotte "precoloniali" dei Phoinikes oi Cl>olvllCEç ... clltOlldae; ltoÀÀàç clltÉcrtEtÀaV, tàç flèv Eiç ~tleEÀlav leaì tàç cruVEyyuç tautn vi]crouç, tàç oè EÌç t'Ì1v AtJ3ullv leaì ~apo6va leaì t'Ì1v 'I~llpiav44s. TI noto passo diodoreo inquadra esplicitamente la Sardegna tra le aree mediterranee centro-occidentali (e atlantiche) interessate al fenomeno della colonizzazione fenicia.

Le fonti greche, tra cui Tucidide 446 e lo stesso Diodoro 447 , tuttavia, distinguevano una fase di emporìa dei Phoinikes con gli indigeni, precedente l'età della colonizzazione.

TI termine greco Phoinikes, in realtà, compendia strutture del commercio e delle interrelazioni con il milieu indigeno profondamente diverse tra loro e attribuibili di volta in volta, e non necessariamente in scansione cronologica, ad Aramei, Filistei, Ciprioti, Euboici e Phoinikes delle città della Fenicia 448, in una fase antecedente l'assunzione del potere del re di Tiro sulla regione congiunta dei Tiri e dei Si doni, ossia nella prima metà del IX secolo a.C., al tempo del re Ithobaal I (887-856 a.C.), fondatore secondo Giuseppe Flavio delle colonie di Botrys in territorio giblita (a nord di Byblos, in Libano) e di Auza nella Libye, ossia nell'Africa maghrebina (Tunisia, Algeria, Marocco).

Solamente in questa seconda fase, dunque, appare legittimo riferirsi alla colonizzazione fenicia della Sardegna, con lo sviluppo di insediamenti che, a partire dall'VITI secolo a.C., traducono in ambito occidentale i modi urbanistici di tradizione vicino-orientale o più precisamente tiri 449.

La fase precedente, che in passato, con una terminologia attualmente in ribasso, veniva definita "precolonizzazione", si salda alle correnti di scambio tra Oriente e Occidente che abbiamo descritto a partire dal Miceneo III C.

I documenti di queste relazioni in Sardegna si riscontrano prevalentemente in strutture cultuali, risalenti al Bronzo finale, che si dimostrano luoghi eletti allo scambio, in forme cerimoniali, con i partner levantini. 448. P. BARTOLONI, in S. MOSCATI, P. BARTOLONI, S. F. BONDì, La pene/razione fenicia e punica in Sardegna. Trent'anni dopo, "Memorie dell'Accademia nazionale dei Lincci", ser. IX, IX, I, 1997, p. 14; ID., Protoc%nizzavone fenicia in 449. Tale colonizzazione sembrerebbe rispondere a un modello multicausale, piuttosto che a modelli unicausali. Cfr., da ultimo, TORRES OKTIZ, Tar/essos, cit., pp. Parlano in questo senso i celebri bronzi siro-palestinesi di Santa Cristina di Paulilatino, per i quali appare congrua una cronologia tra il X e il IX secolo, ma anche le statuine levantine di Santu Antine-Genoni, di Mandas, di Galtelli, di Flumene Longu-Alghero e di altri siti 4SO .

Tali insediamenti non sembrano, in genere, essere abbandonati con il Bronzo finale, ma proseguono in uso abbracciando la prima Età del ferro e talora l'Orientalizzante e l'Arcaismo.

In tal modo questi insediamenti poterono corrispondere sia ai modi di scambio con i Phoinikes, sia in progresso di tempo alle più complesse relazioni con gli stanziamenti fenici a partire dall'vIII secolo a.C. Così è per Santa Anastasia di Sardara che accoglie i bacili con anse a bocciolo di loto, di possibile manifattura cipriota dell'VIII secolo a.C., o per Santa Cristina di Paulilatino con le fibule ad arco semplice, ancora antecedenti gli inizi del IX secolo, e a sanguisuga della fine dell'VIII secolo a.C., o per Su Monte di Sorradile-Tadasuni, con due fibule a sanguisuga e un frammento di torciere (o di incensiere?) a corolle floreali cipriota dell'VIII secolo a.C.4S I • Al di là della redistribuzione verso l'interno di beni suntuari orientali o di ambito villanoviano è fondamentale, ora, l'attestazione di empori indigeni costieri, aperti alle relazioni mediterranee.

L'esempio più esplicito è costituito dall'insediamento sardo di Sant'Imbenia (Alghero), che nel corso del IX secolo a.C., ma soprattutto nel successivo VIII, rappresenta la struttura di scambio indigena aperta all' elemento levantino, ma forse anche euboico: se, infatti, la documentazione archeologica ed epigrafica ci mostra, nell'ambito del controllo indigeno dell' emporio, una chiara prevalenza di manifatture e modelli orientali, tra cui emerge una componente filistea, d'altro canto l'attestazione di materiali euboici (uno skyphos a semicerchi penduli della fine del IX secolo a.C., una coppa à chevrons della metà dell'VIII secolo a.C., una oinochòe) e corinzi (una coppa Aetòs 666 del 750-730 a.C., una kotyle del Protocorinzio antico, della fine dell'VIII secolo a.C.) consente di non escludere (ma, beninteso, neppure di affermare con sicurezza) che nelle stesse navi dei I dati relativi all'impianto di insediamenti fenici sui versanti mediterraneo e atlantico dell' Andalusia segnano, peraltro, cronologie più alte, soprattutto grazie a recenti datazioni in base al C J 4, ricalibrate con la dendrocronologia. Per esempio le date delle prime fasi con materiali fenici del Morro de Mezquitilla La strutturazione delle colonie fenicie in Sardegna è relativa essenzialmente all'arco costiero compreso tra le foci del Flumendosa sul Tirreno e la penisola del Sinis, sulla costa centro-occidentale, con due poli principali di concentrazione: il Sulcis da un lato, con i centri principali di Nora, Bithia e Sulci, e il golfo di Oristano dall' altro, con le colonie di Neapolis, Othoca e Tharros.

Questa strutturazione insediativa, prevalentemente costiera, ha come riferimento fondamentale, sul piano spaziale, economico e culturale, lo stanziamento indigeno che si attua con la prima Età del ferro in forme sostanzialmente differenti rispetto all'Età del bronzo fmale.

I Sardi compartecipano del fenomeno della colonizzazione fenicia della Sardegna in forme differenziate, probabilmente in rapporto a diversi modi di occupazione del territorio.

La prosecuzione dell' emporio di Sant'Imbenia sino alla metà del vn secolo a.C. e, ancor più chiaramente, la sequenza ininterrotta della vita del santuario indigeno di Serra Niedda-Sorso, sul golfo dell' Asinara, aperto ai donari di età orientalizzante, arcaica, classica ed ellenistica, e la vitalità degli insediamenti indigeni del Campidano di Cagliari sino alla fine dell' Arcaismo, fanno da pendant all' attrazione di gruppi indigeni da parte delle colonie fenicie di Bithia, todi e disdpline a confronto. Riflessioni sulla cronologia dell' età del Fe"o italiana, Roma in corso di stampa. Come è noto il rialzamento delle cronologie dell'Età del ferro in area mediterranea in base alle datazioni al C I 4 è in perfetta con- ). Non è conseguentemente ammissibile l'accettazione di rialzamenti cronologici in presenza di materiale greco datante. TI discorso è differente per quei contesti in cui non sia presente ceramica greca o fenicia, datata con forbice ristretta sulla base di associazioni con ceramica greca negli scavi di TI quadro delineato consente di ipotizzare, con probabilità, in aree differenziate della Sardegna, sia un rapporto mediterraneo diretto delle marinerie sarde, sia la presenza di mercanti sardi in navi fenicie.

Un rapporto diretto è ammesso, dal consenso degli studi 461 , tra le comunità sarde e quelle villanoviane di area tosco-laziale e, forse, campana (Pontecagnano e Sala Consilina) 4 6 3, tra il IX e l'VIII secolo a.C. Tale rapporto dovette saldarsi ai precedenti contatti che, nel corso del Bronzo finale, poterono assicurare la diffusione di bronzi orientali (ciprioti) e occidentali in area italica. Dalle comunità villanoviane giungono in Sardegna, e in particolare ai centri della Sardegna centro-settentrionale, manufatti bronzei (rasoi tipo Marino e tipo Vetulonia rispettivamente dalla Nurra e da Laerru; asce ad alette da Nuragus-Forraxi Nioi e Bonnanaro-Monte Pelau; spade ad antenne da Ploaghe e Oliena-Sa Sedda 'e sos Carros e fibule di varia tipologia) estesi tra gli inizi del IX e l'vrn secolo a.C., con un'attestazione rara di fibule di ambito orientalizzante che rientrano in un contesto di circolazione differente da quello della prima Età del ferro.

La connessione marittima tra la Sardegna e gli approdi dell'Etruria settentrionale, dunque, si palesa già alla prima metà del IX secolo a.C., suggerendo da un lato la rotta tirrenica lungo la costa orientale della Corsica e l'arcipelago toscano dall' altro il ruolo dei Sardi nel quadro dello sviluppo della metallurgia nell'Etruria mineraria. . Sul rapporto tra Etruria e Sardegna nella prima Età dd ferro cfr. la rassegna bibliografica di G. LILLIU, Storiografia dei rapporti sardo-etruschi, in AA.Vv., Etruria e Sardegna centro-settentrionale, cit., pp. 19-47. Tra i contributi più rilevanti cfr. ID., Rapporti Ira la dvi/tà nuragica e la civiltàfem"do-punica in G. COLONNA, Basi conosdtive per una sloria economica dell'Etruria, in AA.Vv., Contributo introduttivo allo studio della monetazione etrusca, G. BARTOLONI, F. DELPINO, Un tipo di ordolo a lamelle metalliche. Considerazioni sulle prime fasi villanoviane, in "Studi etruschi", F. Lo ScHIA-VO, Le fibule in EAD., Osservazioni sul problema dei rapporti fra Non casualmente i materiali sardi nell' area di Populonia e di Vetulonia e, in generale, dell'Etruria mineraria rappresentano circa i due terzi del totale dei manufatti indigeni della Sardegna distribuiti nella penisola italiana.

I bronzi sardi, in numero di 130, comprendono un pugnale, "faretre" in miniatura, barche in miniatura (le cosiddette "navicelle nuragiche"), bottoni, pendagli, ceste in miniatura, statuine, un trono in miniatura, calderoni, asce, spilloni, spade oltre a elementi vari Ai bronzi si aggiungono le brocchette askoidi sia di importazione sarda, sia di produzione locale vetuloniese e di altri centri, anche con variazioni sul tema, come nel caso di una brocchetta gemina con figura femminile sull'ansa li significato ideologico di questi materiali sardi in Etruria è stato indagato in rapporto ai diversi contesti di riferimento, notandosi la pregnanza degli stessi manufatti in ambito sardo, di provenienza prevalen- 471. M. K0LLUND, Cuaderno . Ribadisce la cronologia bassa (VIII-VII secolo a.C.) delle "faretrine" sarde in contesti fenici e etruschi A. NASO, l bronzi etruschi e italici del ROmisch-Un ruolo rilevante dell'elemento fenicio, accanto a quello nord-siriano, lungo le rotte tirreniche della penisola italica è indiziato dai nesonimi fenici, concorrenti con quelli greci, brillantemente enucleati da Piero Bartoloni in area campana ed etrusca: si tratta di Ainarim, "l'isola del faro", per l'isola di Ischia (lnarime/Pi/hekoussaz), Ai/o/im, "l'isola delle colline di scorie", per l'isola d'Elba (Ai/halia), e di Aigilim, "l'isola ondosa", per l'isola del Giglio (lgi/ium) 479.

Si sono potute distinguere due rotte che consentivano di raggiungere rispettivamente l'Etruria settentrionale dalla Sardegna nord-occidentale (dove abbiamo l'emporio aperto ai Fenici di Sant'Imbenia), attiva sino alla metà dell'VIII secolo a.C., e l'area medio-tirrenica laziale a partire dai centri fenici della Sardegna e da Cartagine, avviata nel terzo quarto dell'VIII secolo a.C.4 80 .

Non casualmente il vino fenicio, legato all'ideologia del simposio vicino-orientale, in anfore di produzione cartaginese o sarda, raggiunge i centri dell'area tiberina sin dal 750 a.C. per estendersi a partire dall'inizio del VII secolo a.C. ai centri dell'Etruria meridionale 481 . Insieme al vino giungono sia nel La/ium Ve/us sia in Etruria prodotti suntuari fenici (coppe metalliche, oreficerie, uova di struzzo) o di mediazione fenicia (pendenti e scarabei in /arence egizi) anche attraverso gli stanziamenti sardi 4 81 .

I centri fenici di Sardegna risultano inseriti in reti di traffici "internazionali" che vedono per tutto l'arcaismo la compartecipazione sulle stesse navi di merci e uomini di culture diverse 48J .

Come ha scritto Piero Bartoloni, grazie alla sua collocazione, tra la metà dell'vrn secolo a.C. e la metà del secolo successivo,la Sardegna si poneva al centro dei traffici da e per l'Occidente e divenne una tappa importante nell'asse tra il Nord Africa e i centri costieri dell'Etruria.

[ ... ] Dalla Sardegna L . .] la costa nord-africana distava non più di un giorno e mezzo di navigazione e, sempre con condizioni atmosferiche favorevoli, l'itinerario tra In., Anfore fenicie dai contesti indigeni del Latillm Vellls nel periodo orientaliuante, in "Rivista di studi fenici", In., l contatti fra le colonie fenicie, cit., pp. Sulcis e Cartagine poteva essere coperto in poco più di due giorni e mezzo. Sempre dall'isola, l'Etruria meridionale era lontana non più di un giorno e mezzo, mentre il tragitto tra Sulcis e Pyrgi poteva essere compiuto in circa quattro giorni. Proseguendo verso Occidente, invece, la prima tappa utile era costituita dall'arcipelago delle Baleari, al quale si arrivava dopo tre giorni di navigazione 414 • Le città fenicie della Sardegna sono, dunque, interessate ai rapporti di scambio tra il Nord-Mrica, la costa tirrenica dell'Italia e, attraverso le Baleari, l'estremo occidente mediterraneo-atlantico, integrato nel "circuito dello stretto" .

La colonia di Su/ci, principale porto d'imbarco delle risorse metallifere dell'Iglesiente, partecipa di questo quadro di scambi, acquisendo, tra 750 e 650 a.C., manufatti fenici sia di Cartagine sia del "circuito dello stretto" andaluso-mauritan0 48s • Accanto al vasellame fenicio si individua una rilevante, seppur largamente minoritaria, presenza di ceramiche euboiche tardo-geometriche di ambito sia orientale (Eubea-Cicladi) sia pitecusano, e di ceramiche corinzie e del Protocorinzio antico 4 86 , che potrebbe rimandare a quel quadro misto degli scambi dell' arcaismo. 484. P. BARTOLONI, in MOSCATI, BARTOLONI, BoNnt, La penetrazione fenicia e pUlzi· 485. In., Ceramica fenicia da Sulcis, in AA. 486. In dettaglio è attestata la kotyle LG corinzia AetOs 666, la coppa à chevrom, lo skyphos di tipo Thapsos, la kotyle EPC, oltre allo stamnos LG euboico pitecusano dal tofet. P. BERNARDJNI, Le origini della presenZJJ fenicia in Sardegna: tipologie di insediammto e cr0nologia, in E. ACQUARO (a cura di), Alle soglie della classicità. Il Mediterraneo tra tradizione e innovazione. Studi in onore di Sabatino In., 1 Fema nel Sulcis: la necropoli di San Giorgio di Portoscuso e l'insediamento del Cronicario di P. BARTOLONI, L. CAMPANELLA (a cura di), La ceramica fenicia dI In., Su/cis. Una città fenicia in Sardegna. Atti del Congresso: 1..os Fenicios en Medite"anéo (Almada, , in corso di stampa. In Sardegna ceramiche greche LG sono venute in luce, fuori contesto, a Tharros (P. BERNARDINI, Tre nuovi documenti d'importazione dalla rollina di Mu~ Mannu, in "Rivista di studi fenici" , , dalla cui necropoli meridionale potrebbero provenire due lekànai LG forse di produzione magno-greca di area campana (G. TORE, Nota sulle importazioni della AA.Vv., Les céramiques de la Grèce de l'est et leur di//usion dans l'Oca'dent, Napoli 1981, pp. 142-6 e, per l'inquadramento, R ZUCCA, Elementi dI' cultura materiale gred ed etruschi nei centnfenid, in Atti del l° Convegno di studi "Un millennio di relavOnifra la Sardegna e i Paesi del . A Bitbia conosciamo i frammenti di un aryballos panciuto EPC, di una coppa MPC e di una coppa fenicia che imita un modello LG (R ZUCCA, in G. UGAS, R ZUCCA, Il rommercio arcairo in La coppa fenicia -ricerche G. Ugas -è inedita). IVrrales ha documentato un frammento di kotyle EPC (I. CHESSA, La ceramica rorinv'a, in AA.Vv., Lo scavo di via Brenta a Caglt'an: I livellifeniaO-punid t romani, "Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano", . Dall'abitato di Otboca, presso Oristano, proviene un frammento di ceramica fenicia con la figurazione parziale di un volatile, tratta da modelli tardo-geometrici, affine a quella di un'anfora sulcitana (P. BERNARDINI, in AA. ). In ambito indigeno conosciamo (oltre ai citati documenti greci di Sant'Imbenia·AJghero) ceramiche ad Albucciu-Arzachena, all'estremità settentrionale della Sardegna Fl URA l.n -9, corrispondente al tipo A Ih di P. BARTOLONI, Le anfore fenicie e puniche di Per la bibliografia delle attestazioni cfr. M. Borro, I rapporli fra le colonie fenicie di Sardegna e la penisola iberiCIJ attraverso lo studio della documentazione ceramiCIJ, in" Annali dell'Istituto orientale di Napoli", 7,1000, pp. 49S. Il papiro di EIefantina, recante un registro doganale del47S a.C. di un porto sconosciuto del delta del Nilo, offre un repertorio di merci importate (vino di Sidone, olio, due specie di legno di cedro, altri tipi di legno, cuoio, due specie di ferro, stagno, lana, argilla, remi) che in gran parte sfuggono all'osservazione archeologica .

496. Sulla circolazione di tali bronzi in ambito orientalizzante in Grecia, Etruria e Iberia cfr. da ultimo J. J. AVILA, Timiatenos "chipriotas" de bronce: centros de producd6n occidentales, in Actas del W Congreso internadonal de Estudios Fenidos y Punicos, voI. IV, Cadiz 1000, pp. 1581-94, . 497. G. TORE, Intorno ad un "tordere" bronzeo di tipo cipriota da San Vero Milis (S'Uraki)-Orislano, in AA.Vv., Sodelà e cultura in Sardegna nei periodi orientalizzanle ed arcaico, , pp. 7S-6; G. NIEDDU, R ZUCCA, Othoca. Una dltà sulla laguna, . A. USAI, in AA.VV., Sea Routes, cit., p. 410 n. 681.

499. Sulla problematica di queste oinochòai largamente diffuse in contesti orientalizzanti cfr. Barro, I conlalli fra le colonie lenide, cit., pp.14I-1. Si noti l'associazione fra un torciere "cipriota", una oinochòe e un tripode siriano nella tomba reale 16 di Tamassos (H. G. BuornoLZ, K. UNTIEOT, Tamassos. Ein Anlikes Konigreich aulZypern,Jonsered 1996, abb. 49 a) e, inoltre, l'associazione nella tomba B4 di Amatunte (P. AupEIIT, Guide d'Amathonte, , fra un torciere "cipriota", una coppa con manico a omega e un attingitoio in bronzo, afftni a bronzi ciprioti dell'area di Lixus SOl. S. MOSCATI, Le ol/idne di Tharros, "Studia Punica", l, Roma 1987. Per il braCa ciale aureo tharrense, con scarabeo alato a testa di falcone della fine del VII secolo a.C., si possiede ora un esatto corrispettivo in argento rinvenuto, a Canagine, in una tomba del FIGURA Importazioni etrusche e greche in Se è vero che il Mediterraneo arcaico è caratterizzato da navi con merci assortite ed èmporoi di varia estrazione, è indubbio che nei porti fenici della Sardegna dovettero prevalere i navigli fenici che poterono veicolare in gran parte i manufatti etruschi, cui si associavano altre merci non giunte sino a noi SI). D'altro canto, è plausibile una partecipazione, evidentemente minoritaria, di èmporoi etruschi a tali scambi, come deduciamo dalla celebre tessera bospita/is con testo etrusco da Cartagine, dall'iscrizione monumentale etrusca della fme del VII secolo a.C. di Oristano, presso Otboca, e all'epiteto si/qetenas, <<il sulcitano», assunto da aral. spurienas, titolare della tessera bospita/is di Sant'Omobono, a Roma S 1 4. Se spostiamo l'attenzione sui materiali greco-arcaici, osserviamo che a parte un poco rilevante quantitativo di ceramiche corinzie SIS e laconiche, soS. ZuCCA, Un frammento di anforetta, cit., pp. P. BERNARDINI, La Sardegna e i Fenici. Appunti sulla colonizzazione, in "Rivista di studi fenici", XXI, l, 1993, p. 58 nota S09. BoNAMICI, Frammenti di ceramica etrusca, cit., pp. SIO. M. RENDELI, Bucchero, in GIANNAITASIO (a cura di), Nora. Area C, cit., pp. Or. R ZuCCA, I materiali greci nelle città fenicie di Sardegna, in BERNARDINI, SPANU, zuc-CA (a cura di), MAXH, cit., p. 19S note 1-+ i centri fenici acquisiscono ceramiche attiche a figure nere e a vernice nera e "coppe ioniche", prevalentemente di ateliers occidentali, insieme ad anfore ateniesi à la brosse, corinzie A, chiote, milesie o samie, "ionio-massaliote" della Magna Grecia e a rare anfore massaliote a pasta micacea Sl6 , con una forbice cronologica estesa tra il 620 e la fine del VI secolo a.C., benché la maggiore concentrazione si attui nel terzo e nel quarto venticinquennio dello stesso VI secolo. I dati a disposizione, tenendo conto anche delle attestazioni in ambito indigeno, sono limitatissimi: una novantina di "coppe ioniche" in tutta l'isola a fronte, per esempio, delle 1.265 "coppe ioniche" del relitto di Lequin I A, naufragato, intorno alS20 a.c., presso l'isola Porquerolles dell'arcipelago d'Hyères, a sud-est di Tolone.

Per quanto attiene la prima metà del VI secolo a.C. appare chiaro che i materiali greci dipendono dalla redistribuzione a partire dai porti dell'Etruria, mentre il discorso potrebbe mutare nella seconda metà del secolo, quando le importazioni etrusche si rarefanno. Pur ribadendo che i navigli fenici dovettero proseguire il loro ruolo nella circolazione delle merci assortite anche greche, non può tacersi che il bouleversement del Mediterraneo centrale e delle relazioni "commerciali" etrusco-fenicie causato dall'insediarsi della apoikìa focea di Alalie sulla costa tirrenica della Corsica (e della conseguente battaglia del mare Sardonio del 540 a.C. tra la coalizione etrusco-punica e i focei di Alalie e, probabilmente, di Massalie s'7 ) potrebbe avere consentito per un breve periodo, all'interno del terzo venticinquennio del VI secolo, una fugace presenza dell' em-pOrtà focea in alcuni porti della Sardegna, con particolare riguardo al quadrante nord-orientale dell'isola, con Olbia e l'isola di Heras loutra s, Appare rilevante, in questo quadro di emporrà focea, anche in rapporto alla rotta Iberia-Baleari-Sardegna, il relitto di Cala Sant Vincenç, presso Pollença, nel settore nord-orientale dell'isola di Mallorca. TI recentissimo scavo archeologico ha evidenziato che la nave di Cala Sant Vincenç naufragò nell'ultimo terzo del VI secolo a.C. con un carico costituito da vino e olio, contenuto in anfore, e da vasellame da simposio. Le anfore olcurie appartengono ai tipi à la brosse di Atene e corinzio A di Corinto, mentre i contenitori vinari sono le anfore di Samo, Chio o Clazomene e dell'Egeo settentrionale e, soprattuttG, le cosiddette anfore ionio-massaliote, anche con iscrizioni dipinte, oggi riportate a centri della Magna Grecia. Alla Magna Grecia appartenevano pure le numerose coppe ioni che B 2. Non mancano lucerne ioniche e coppe attiche a figure nere, tra cui le band cups dei Piccoli maestri, del terzo quarto del VI secolo a.C. Rilevanti anche le anfore fenicie del circolo dello stretto et probabil.

mente, di Ibiza. Infine, si è osservata la presenza di numerose macine granarie. TI relitto presenta il carattere misto di tutti gli altri relitti arcaici nori, benché, data la presenza nutrita di anfore greche di ambito orientale e della Magna Grecia, sia forse preferibile pensare a una nave greca che poteva imbarcare diversi èmporoi, non esclusi i mercanti fenici ~I,. Accanto alle produzioni locali vi è da registrare l'importazione nei porti punici dell'isola di anfore, contenenti derrate provenienti dal Nord-Mrica JJ7 , dalla Sicilia s :L8, da Ibiza S19 e dall'area ibericas,o. Ricerche recenti hanno evidenziato che, accanto alle preponderanti importazioni da area punica, la Sardegna registra l'arrivo di contenitori anforari, prevalentemente vinari, dall'area egea u ., dalla Magna Grecia H1 , dall'Etruria SJJ e da Massalia U4 • I contenitori dell'Egeo settentrionale e della Magna Grecia suggeriscono l'incidenza di queste aree lungo le rotte che interessavano Cartagine, ma anche la Sardegna.

Recentemente si è sostenuto che il grano sardo si sarebbe, in parte, potuto ammassare nella Neopolis campana, «il porto di rifornimento cerealicolo per Atene», da cui si sarebbe importato in Sardegna il vasellame attico a figure rosse e a vernice nera, ben diffuso nelle città puniche di Sardegna e in tutto l'entroterra, tra V e IV secolo a.C. ns, con una ricchezza particolare di ceramiche anche di notevole valore artistico a Neo-poliI, nell'ansa sud-orientale del golfo di Oristano SJ6 • L'ipotesi, alla luce dei nuovi dati sulla distribuzione di anfore magno-greche in Sardegna, appare di notevole interesse, benché, come si è P7. Per la tipologia cfr. RAMON TORRES, Lu an/orar, cit., tipo .p .. q e S.1.3.I, pp. 189 e 197-8, corrispondente al tipo E di BAKrOLONI, Le anfore fmicic e punichc, cit., p. Sl. Pcr le attestazioni sarde cfr. anche Borro, Monte Sirai l, cit., pp. m-l. S18. Per la tipologia cfr. RAMON TORRES, Lar anforar, cit., tipo ... corrispondente al tipo G 2. di BARTOLONI. Le an/ore fenicie e puniehe, cit., p. 65 (Iv secolo 2.C.). Pcr altre attestazioni sarde (Nora) cfr. M. Borro, Nora e il ruo /erri/on'o: resoconlo preliminare dell'attività di ricognizione degli anni 1992-199$, in AA.Vv., Aetar dd IV Cont'NO Intemacional, cit., p. 1170. Per la rotta Malta-Sicilia-Sardegna cfr. P. BARTOWNI. U,,'urntl punico-malteu del Canale di Sardegna, in "Rivista di studi fenici", . IUppl., pp. I-S· S19. Per la tipoJogia cfr. RAMON TORRES. Las anforar, cit., tipo 8.1.3.3, pp. l1.4"S, corrispondente al tipo F 3 di BARTOLONI, Le anfore fenicie e puniche. cit., p. 61 (m·n 5«010 a.c.). Altre attestazioni sarde in Borro, Monte Sirai l, cit., pp. 111-3. 5)0. Produzioni del v-inizi IV secolo a.C. del -circuito dello stretto". Per la tipologia cfr. RAMON TORRES,lAr anforar, cit., tipo n.1.I.3, pp. 1)5-6 e tipo 11.1.1.1, pp. 137-8, corrispondenti rispettivamente ai tipi F t e F :t di BAKTOWNI, Le tln/ore fenicie t' puniche, cit., pp. 60-1.

Hl. Anfore di Mende (Egeo settentrionale) del v-inizi IV 5«010 a.c. a ThamJs e Nt"a· polis (GARAu, ZucCA. Materiale an/orario greco ed t'trurco, cit.); anfore rodie antiche (fU 1«010 a.C.) da Nora (E. PrCCARDI, An/ore. in GIANNAlTASIO, a cura di. Nortl. Area C. cit., p. 1.11).

Hl. Anfore -ionio-massaliote" del v e IV secolo (GARAU, ZUCCA, Materiale an/ortlno grtro ed etrusco, cit.), n3· lvi, anfore etrusche di tipo Py J C, Py .. , Py s da Sarcapor. Nor4, Nctlpour, ascri-\ibili alla fIne del sostenuto, sia possibile ammettere anche l'intermediazione di Cartagine H7, in un quadro che apparenta le attestazioni di ceramica attica della Sardegna punica a quelle di Cartagine, di Ibiza e dell'area punicizzante del Levante e del Mezzogiorno iberico H8 • Il relitto dell'isola del Sec, nella bahfa de Palma de Mallorca, del 350 a.C. H9, col suo vasto assortimento di merci, comprendente ceramiche attiche a figure rosse del Pittore di Vienna 116, a vernice nera, dotate di graffiti commerciali sia greci sia punici, anfore greche HO e puniche del lvlediterraneo centrale 1 .. " macine realizzate sia con il basalto di Pantelleria sia con la trachite di Mulargia 1 .. \ nel profondo entroterra di Tharros, che documenta vasi del Pittore di Vienna 116, ci dimostra la difficoltà di enucleare una sola direttrice per le importazioni attiche della Sardegna punica 1 .. }.

Il secondo trattato tra Cartagine e Roma, del 348 a.C., esclude la Sardegna (e la Libye) dall'attività commerciale romana, vietando inoltre tassativamente in quelle due regioni la fondazione di città da parte di Roma~"". La clausola è stata posta in relazione con la deduzione di una colonia in Sardegna di 500 plebei, intorno al 386 o al 378/3n a.C. s"J, identificata con la ~llProv(a tolemaica, localizzata sul litorale tirrenico nord-orientale della Sardegna. A corroborare questa colonia romana sarebbe una statuetta in bronzo di Herco/es di fattura campano-sabellica, del principio dd IV secolo a.C., rinvenuta proprio a Posada e un frammento di cratere apulo a figure rosse del Pittore dell'ipogeo varrese di circa il 350 a.C.

individuato in una grotta del monte Albo presso la piana del rio Posada. I crateri magno-greci si inseriscono bene nel quadro dci commerci tirrenici che Roma, dapprima in collaborazione con Caere e successivamente da sola, praticò sin dal IV secolo a.C. H6. La reazione cartaginese, sostanziata nel secondo trattato con Roma, non esclude, comunque, l'afflusso di merci italiche in Sardegna, che, probabilmente, avveniva con l'esclusiva intermediazione di Cartagine.

La produzione a figure rosse, suddipinta e a vernice nera delle officine etrusco-meridionali ma soprattutto romane raggiunge i porti punici della Sardegna, dove sono attestati rari esempi di oÌllOchòai con bocca a cartoccio (Tha"os, monte Sirai), piattelli di Genucilia (Olbia, Sarcapos, Kara/es, Su/ci, ager neapolitanus) e, soprattutto, coppe a vernice nera dell' atelier des peti/es estampi//es, in taluni casi con graffiti latini (Sarcapos, O/bia) S47.

La conquista romana della Sardegna e della Corsica (2381237 a.C.), riunite in un'unica provincia nel 227 a.C., non sconvolge gli assetti economici della Sardegna, con le sue prevalenti produzioni cerealicole, né i traffici con il Nord-Mrica, benché si proftli, specie dopo la conclusione vittoriosa per Roma della seconda guerra punica, nel 202 a.C., una nuova stagione economica che.vede affiancarsi, lungo la rotta Mrica-Sardegna, ai precedenti protagonisti sardo-punici i negotiatores romani e italici.

Gli èmporoi romani sono direttamente chiamati in causa dalle fonti classiche a proposito della giustificazione che i Romani adducevano al· l'occupazione militare Le azioni di rappresaglia militare nei confronti degli èmporoi, ovvie nei momenti più crudeli del clima bellico, non devono distoglierci dall'analisi dei documenti archeologici, che ci mostrano, al contrario, un'ampia circolazione di merci da e per la Sardegna sia sullo scorcio del III secolo a.C. sia, e soprattutto, nel mezzo secolo tra la fine della seconda punica e la distruzione di Cartagine del 146 a.C., ma anche successivamente nell'ambito dei rapporti tra la provincia Africa e la Sardegna. I centri di origine punica della Sardegna continuano nella produzione delle anfore "a siluro"n4, che costituiscono un'evoluzione dei tipi precedenti, destinate verosimilmente al trasporto della produzione granaria, ma anche salagioni m.

Le anfore "di tradizione punica" del TI e I secolo a.C., contenenti salagioni, ma anche olio e, forse, vino SS6, sono parimenti, massicci amen te, Anlore puniche uti/iu.at~ come contenitori di pesce, ivi, pp. 67-71. Si tratta di due contenitori di tipo Bartoloni D 7 rinvenuti in un magazzino, arso in seguito a un incendio, a 0/bia, verso la prima metà del In secolo a.C. Un'anfora conteneva cefali dorati (Mugil aura-fW), mentre un'altra zerrl musilli (Cenfracantbus cirrus) e zerri (Maena smaris).

Ss6. PICCARDI, Anlore, cit., p. 119. attestate in Sardegna, con particolare riferimento alle produzioni nord. africane, e in specie tunisine SS7, ma anche ibicenche n l • D'altro canto, una rotta che dall'Iberia orientale recava in Sardegna è da supporsi sulla base della diffusione nell'isola della ceramica iberica (sombreros de COpOSS9 e boccalini a pasta grigia ampuritani) 1 60 • In età tardo-repubblicana la Sardinia è interessata da una vasta dif· fusione di anfore vinarie rodie di tipi prevalentemente tardi del Il secolo a.C. s61: resta aperto il problema della circolazione di tali contenitori anforici nel bacino centro-occidentale del mediterraneo, diffusi in partjcolare a Cartagine e in Sicilia, per cui appare plausibile una redistribu· zione in Sardegna a partire dalla Sicilia o dal Nord-Africa. D'altro canto, le scarse coppe megaresi di produzione microasiatica S61 non sono sufficienti a postulare una rotta diretta dall'area rodia e asiatica (Efeso, 1a50s) sino alla Sardegna.

A partire dal tardo m secolo a.C., con prevalenza nel n secolo a.C., sono documentate nei centri costieri, ma anche interni della Sardegna le anfore vinarie greco-italiche, almeno in parte provenienti da centri dell'I· talia centro-meridionale tirrenica. Nell' ambito dello stesso II secolo si affennano le anfore vinarie Dressel I di principale produzione etrusca e campana, che soppiantano le greco-italiche intorno al ISO a.C., durando in uso 5S7. Per la tipologia dr. • nel corso del l secolo a.C. . Nei carichi navali a queste anfore si associano quelle apule e di altri centri dell' Adriatico del tipo Lamboglia u'Dres-sel6A, attestate ugualmente, in non numerosi esempi, in Sardegna f 6 4.

S6}. Sulla diffusione in Sardegna delle anfore DI'eSsei I dr. PIANU, Contributo 4J un corpUJ. cit., pp. 17-10 e. da ultima, FICCARDI, Anfore. cit .• pp. s64. PlCCAROI, Anfore, cit., p. liS. Per i contenitori bollati si de\'Oflo segnalare j due csmlpi con bollo M. Tucciur L. f T ro( mmtina) Gako di Cornuf e di Siurgus Donigala (C.A) ~,lnJaiption~J Iatinaf, cit., pp. 146} n. 1} e 1476 n. 48) e le due anfore tharrenit. rispettivamente con bollo MAHES <v. RlGHINI CANTEUJ, Una mltrc4 an/oraria di MAHES d4 TharroJ. in -Rivista di studi fenici", pp. 87-9S) e con bollo M. Lol/i Q.I <di I relitti con carichi di anfore vinarie tardo-repubblicane documentano, con chiarezza, la veicolazione contemporanea di "merci parassitarie", debitamente impilate, destinate a occupare gli spazi vuoti tra le anfore. Si tratta in particolare delle ceramiche a vernice nera di produzione campana (campana A) e di area etrusca (campana B), cui si associano altre serie vascolari sia a vernice nera sia di altro genere (coppe megaresi anche di produzione italica, lucerne, vasi a pareti sottili, ungtlentana) ,6,. , Aix-en-Proven· ce 1998, pp. n. 648 e 307-10).

56S. C. TRONOIET11, La «ramica della Sa,J~gna romana, Milano 1996, pp. 4S-8. 106.

1)),1)9,,,,0; GRASSO. Ceramica m~gart'Je, cit., pp. 10)-"': L. 519. TRONCHETIl, lA m'amica de/14 Sard~gntl romana, cit., pp. SS-6); L GAZZERRo, Ttn'tI sigi/laltl ita/ica, in GIANNAlTASIO (a cura di), Nortl. Area C, cit., pp. S80. C. CANEPA, C~ramicaa vemiu roHa interna, in GIANNAlTASIO (, cura di), Nora. Area C, cit., pp. . Dalle ricerche di Raimondo Zucca a Nc-apolif prm;c· ne un frammento forse: di fonna 7-8 Goudineau con bollo lHlt·r(acllu?) Alarlii n(' 1' -'Ils)J. Cfr. ZUCCA. Nl"apolis l" i/ suo territorio, cit., p. 11.4 n. 6s. Per il bollo dr. E. PAPI, Bolli ~ altri contrtlsugn; su urtlmica ti vl"rnice roS$a intemtl, in AA.Vv., Epif.rllfitl ddl4 produ:iont' e ddl4 distribuuone, "Collection de: l'Ecole française de S81. TRONCHETIl, La ceramica dell4 Stlrdegntl romana, cit., pp. 4S-8; GAZZERRo, Ce· r4111i(4 Il pdreti sottili, cit., pp. . Sono attestate le produzioni italiche prevalenti d· no alla seconda metà del. secolo d.C., qumdo prendono il 5Oprawcnto le produzioni deUa &etica. 511. L. GAZZERRO. Lucerne, in GIANNAlTASIO (, cura di), Nortl, Aru C. cit.. pp. 137' 9, con riferimento alla fonna Dressd 1 con beccuccio I incudine e alle lucerne a volute di II"C21uWe di età augustea con attestazioni di ambito successivo all'interno del I serolo d.C. La diffusione è relativa a tutta la Sardinill con esempi fra l'altro a Kar4les, Nortl, Sul· A parte devono considerarsi i dolia, spesso bollati, di botteghe urbane, attestati in centri prevalentemente costieri (Karales, Nora, Tha"or, Elmas, Dolianova, Gergei, Biora S8J ) e in relitti S !4, legati al trasporto e, successivamente, alla conservazione di liquidi e di aridi s8s.

Dal secondo quarto del I secolo d.C. si avvia l'importazione delle sigillate sud-galliche, benché l'akmè si riscontri nella prima metà del II secolo d.C. Sono note forme lisce e decorate S86 , anche nella varietà marmorizzata di Le Graufesenque s87 • Le anfore della Gallia, che trasportavano vino e, forse, garum, sono attestate in Sardegna soprattutto con il tipo Gauloise 4 (Pélichet 47), diffuso tra l'età flavia e l'età antonina, ma sono noti anche esempi di Gauloise 3 e Ss88. Per il periodo tardo-antico si conoscono importazioni di sigillata grigia s89.

I traffici dalla penisola iberica verso la Sardegna in età imperiale principiano, come si è detto, con le anfore S86. TRoNolE111, L4 (n'amica della Sard~gna romana, cit., pp. 6S-9 (con riferimento anche al bollo Crucuro da Nora); L. GAZZERRo, Ttrra sigillala sud-gallica, in GIANNAlTA· SIO Ca cura di). Nora. Amz C, cit., p. is Libisonis, Sarcapos, mentre per l'africana II Karales, pp. S-I1; lo., Contributo ad un corpus da matNi4k anforario tkli4 StIr· IÙgn4: I~ 4nforc di l'Id imperi4/~, cit., pp. )4-8; TRONOIE111. La ceramica dc//4 S4rJcl.na ronuna, aL, p. IS1; D. SALVI, I. SANNA, J.:acqua e il tempo. Prosprooni di archrolop.i4 fubacqut'a n(lk 4Cl/ue di Gonnesa, Cagliari 1000, pp. PICCAROI, Anlore, cit., pp. 591. BUNC-BIJON, CARRE, HESNARD, TOIERNIA, Recuei/ de timbres. cit., pp. 18S n. 10'9 (Haltem 70 tardiva, con bollo L. n. 1074 (L. Anui Sun); ]); (Q. C. R); An~, cit., p. 117 nota u7. Bilbia, TeguLt (Cala Piombo), Stintino (Cala di Falcò). Caprera (Punta Galera). Si aggiunga un relitto nd golfo di Oristano, presso TharroI (?), con due Drasd 10 int'dile ndJe collezioni della prefettura di Oristano e di Paolo Sulis·Oristano. seppure in misura modesta, giunsero in Sardegna, a partire dall'età classi· al ed ellenistica 604, ma soprattutto in epoca romana: si tratta di ritratti e sta· tue sia di magistrati, sia di imperatori, e ancora di statue di divinità in mare mo 60S , ma talora in bronzo 606 • Per quanto attiene l'ambito privato si se· gnalano i sarcofagi e le urne mannoree, attribuiti a botteghe urbane 601 • Le membrature architettoniche in marmo (colonne, capitelli, architravi ecc,). ma anche lastre e blocchi di lunense, di marmo giallo antico di Simli/hur, quello pavonazzeno di Docimia (Asia Minore), il cipollino euboico, il por· fido verde peloponnesiaco e altri sono tutti di importazione, ancorché poté trattarsi in vari casi di semilavorati 6ol , Per i mosaici abbiamo l'attestazione di mtblèma/a da Karales e da Nora derivati dal commercio transmarino~.

Le partite di tegulae e di altri elementi dell'opus doli are sia urbano sia provinciale poterono giungere in Sardegna sia come zavorra sia come parte del carico: in dettaglio abbiamo un cospicuo carico de bip~d4-l~r e /eguloe urbane della fine dell'età domizianca e del principio di quel. la traianea (circa 100 laterizi bollati, corrispondenti a un migliaio di ma· nufatti) utilizzato nella villa maritima di Coddu de Acca Arramundu del· l'aga neapolitanus, ma laterizi urbani sono noti a Karales, Elmas, Deci· mo Mannu, Arbus, Neapolis, Tharros, Turns Libisonis, Olbia. Terrecotte architettoniche di officine laziali sono attestate nel Sardi Palris /e11lplum ad Antas, a Metallo-Grugua (Buggerru), a Guru/is Velus-Padria e a pp. l.47·s6. La tabella di distribU2ione dei vetri norensi den'arca C dà il 79 per cento di provmicnza extrainsulare (Aquileia, Lombardia, Lazio, Liguria) e solo il 11 per cento di botteghe sarde. 601. STlAFFINl, BoRGHETII, 1 vdri ro""mi. cit., pp. 78-9 e l-te n. "l.4-6.

60}. Ivi. pp. 6o.t. M. A. MINtTrOIA Originali gr«i provenienti Jal/~",pio di Anl4s. in -Dialoghi di archeologia". 14 Pleu~Vt> dt> unnn (Sainle Ma"ut'riu) ~ le problf",c-Jn "nnblnn414 voyageun", in .. Archaconautia", Ploaghe 6 ' o • Laterizi della Narbonense del tardo n-ID secolo d.C. di L Her(ennius) 0pI(a/us) sono documentati a Tha"os e nel prae/orium di Muru is Bangius 6n • Appare rilevante l'individuazione di due relitti ri· spettivamente con legulne provviste di antefisse a palmetta dirimpetto a Costa Rei (Sardegna sud-orientale) 6.1 e con laterizi urbani di età nero· niana e lubuli presso l'isola dei Cavoli (Villasimius)61).

La Sardegna rappresentava, dunque, durante l'età romana un "mer· cato" di consumo di vino e olio, oltre che di garum, di conserve di frutta. importando inoltre ceramiche da mensa, da fuoco, lucerne, contenitori di profumi, vetri, prodotti d'arte, marmi, laterizi, che si affiancavano a pro· duzioni locali vasco)ari 6." e vitree e a modesti manufatti artistici 6.S.

Le risorse della Sardegna destinate all' esportazione erano innanzi· tutto i cereali, ma anche le carni ricordate dalle fonti e, probabilmente, i prodotti ittici salati e forse le salse di pesce 6 ' 6 e il corall0 6 ' 7 , oltre ai pro· 610. Cfr. R ZUCCA. 1 bolli /4/erizi urbani de// ID., Oss~rvazioni su//'opus doliare urbano della ID., J.:opus doliare urbano, cit., pp. 661'4 e 673-6~ 10 .. 1 /Il/eri:i d~//a Sardegna in elii lenicio-punica e romana, in La uramica racconta la Storia. Atti di'/ Com.·egno -La c"amicll artistica, d'uso e da cos/rtlzione nell'Onllanese dal neolitico ai giomi nos .,11 IAPJOUA rOPOI IEPON e la sua decorazioni' Iilli/e, in AA.VV .• Czrbonia e il Su/cis. Archrologia e lerri/orio, Oristano 1995, pp. 3IS·lS. Su) commercio marittimo delle /egu/4e urbane dr. da ultimo CH. RIco, Produdiort ~I di/llIsion di's malmllux di' cons/rtldion l'n /e"e cui/e dans le monde romllin: /'exemp/( de /4 Tamlconllise d'après /'Ipigraphie, in "Mélangcs de la Casa de Velazquez", ID., Indi'.\( de Ics mllrqlleJ epigrJliques sobre /egu/4e romanes de Cata/un)'a i e/ Pait VII/mciii (Ilnligll Ta"aconensis), in "Sagunrum", lo., LA diflusion pl1r m" di'l malmaux de conslrtldion m/erre cuite: un asped mal connu du comm"ce an/iqu( en MldiltrTllnù O«idenla/e, in "Mélanges de )'Ecole française de Rome-Antiquité". . Indllgini di Ilrchrowgia suhllcquea. No/izie preliminlln, in "Bollettino di archeologia", , pp. 6'4. Si deve richiamate l'attenzione sulla cmunica "fiammata" prodotta in botteghe di Su/ci ed esportata, via mare, A fronte dei numerosissimi casi di navi naufragate mentre traspona· vano merci in Sardegna, ovvero nel corso della navigazione lungo le COSte sarde, disponiamo di un solo caso accertato di imbarcazione partita da un porto romano dell'isola con un carico di prodotti della Sardinia: si tratta di un piccolo scafo, di cui si sono recuperate lamine plumbee con i fori per il fissaggio al fasciame ligneo, naufragato presso Porto Pistis, a sud del promontorio della Frasca (Sardegna centro-occidentale), con il suo carico eli massae plumbeae provenienti dalle fonderie dell' area di Metalla . Cfr. da ultimi G. GARBINI, Nola sulla lri/ingu~ di S. Nicolò CCTrri (OS 114J), in "Studi di Egittologia e di Antichità Punichc". pp. ed E. Cu· l.ASSO GASTAl,Ol, I.:iscri1.ion~ lrilinguc dci Must.'O di antichità di Torino (dcdican/~ greco, ambi/o puniro, C'/à rom4na). in -Epigraphica'" 61. 1000, pp. 11-18 (con cronologia eccessivamente ribassista) e l'ucrizione latina. forse del VI secolo d.C., da K4ra/~l, San Satumo. rel.tiva at:tli . Per l'imponanza del sale nell'eco· nom~ antica d'r. A. GJOVANNlNl. usci clulortune d~ Rome, in • Athcnaeum l74'S; M. CUEVAWER. RI/l~;on sur le u/ tktm l'bis/oi" romain~: un produil d~ pmnitTt' "lctJJlII ;1IJ4iJiJSab/~. in EJtudios ~n hommaj~ al Dr. Mich~1 Pomich, in -Gerlon·Anejos". 610. lA: barre di ferro dei relitti di Capo Testa-B e Bonifado, nd F"'um Ga//jeum. c qudlo di Capo Bellavista, lungo la costa orientale della Sardegna. non sembrerebbero pnm:nin: dalle miniae di ferro sarde. Per il ruolo dell'attività siderurgica della Monta· gne Noin:, in Natbonmfis, cfr. ora L loNG, CfI. Rlco, C. DoMERGUE, US lpllves anri· ques J~ c.m",t.u~ ~I /~ co",mnr:r ",arili",~ du ler nt Méditnnlftu nonl-oaùJmlllu talnl culturale cd economica della Sard~a vandtJja, esplicitata d2 nusnerosUt.imi ocm· pi tEAn .• L. SaNt'f.fIII n~1 l'modo , contrasta con una IUpttata ~oriografia che ha visto i Vandali impegnati solo in attÌ\'Ìtl distrutm~ e piratesche. Per una m·aJutazione dd}'opera dei Vandali in Nord·Mric. dr. anche C. 8ouRGtol~. Ln \~ntU· ks. k wnJ4lifm~ n r A/riqu~, in "Antiquito Mricaincs", in cui ,,-iene criticato il tmn.ine "vandalismo" ndle sue vaJenzc negam-e. l traffici tra i porti dell' Africa settentrionale, in particolare di Carta. gine, con i porti della Sardegna bizantina concernevano essenzialmente l'olio contenuto in anfore di varia tipologia e di diverse fabbriche. a cui si aggiungevano olive e salsa di pesce, contenuti spesso in piccoli conte· nitori affusolati noti come spàlheùz'J4; questi prodotti erano accompa· gnati da vasellame fme da mensa in sigillata chiara D'n, da lucerne mc· diterranee, forse da ceramica comune e vasi da fuoco 6 }6, stivati in pile negli interstizi tra anfora e anfora 6)). ~ possibile che tale salo abbia scrvito il centro interno di Castellu. dO\"e le in· dag.ini archeologichc h.nno auntato la presenza di un'elevata quantità di materitli d'imvonl1ione african •• segno dcII. continuità dei circuiti commerciali fino al VII Stcolo (Pn. . Un 114b/isst''''t'111 rur4/ al . -Documents d'Archéologie FrançaiSC''', e dell. ~drazionc di tali prodotti anchc nelle regioni interne VISMARA.I ",pporti tommnti4u I", l'AlriCil ~ 14 ConiC4 nt'/ Vl 1«0/0 d. c.: ,. ",alt in L'A!riN rom."., vol. I. p. t8). 6).4. Arcnt.ti in ~ siti: cfr. per esempio PlANU. Conlributo 4d un corpus di 1m../~ .,,/ontrio dl'i GnlNm.l.A. . lA It'slimo-"Ùlftll di ComllJ. -MeditC1'1'1lMO t.rdo antico e medievale. Scavi e ricen:hc". I. T.rsnto I9IJ. pp. 11-1 c A. M. 1nfine~ per quanto concerne le fibbie bronzee. si de't'e porre in a'Ì· dcnza come in Sardegna siano presenti esempi delle più diffuse tipolo~ gie (con placca a U e nei tipi Corinto, Balgota, a peha, Siracusa); accano to all'importazione di una nutrita serie di esemplari. è stata sostenuta resistenza di una manifattura locale, in base alla corsività di resa del decoro C\idente in alcune di esse e alle stesse tecniche di la\'orazione·~I. Vì è tutta\ia da osservare che nell' ambito delle numerose fibbie non si ai· denzia alcuna tipologia specifica dell'isola: si può ammettere che la dif· fusione di tali prodotti si debba in generale a un'importazione. che tut· u\"ia poté detenninare qualche eventuale imitazione locale. La fruizione di questo tipo di materiali sembra comunque limitata a soggetti di estra· zione militare, cosicché non si tratterebbe tanto di prodotti introdotti tramite commercio, quanto di elementi tipici dell'abbigliamento dei sol· dati, riferibili direttamente alle presenze inserite nel quadro della o~a· ninazione dell'esercito di stanza nell'isola. ,I1'-9 <OLbU),IJO (ptO\'CfÙcnza sconosciuta); G. MAErzKE.. Porto Tom"f (54rwnJ. Tombt rrJm4"t 4 umrr4 (X)'If

'-4,. o.tJI la deperibilit. di tali prodotti. non si possiedono per quAnto rl,tuard. la Strdepu testimonianze di importazioni di tessuti e \'CIti prcziotc. che rorntmqUt' l'OliU' mo atnmdtett ~ La possibile sopnavvivenza di stilc:mi decoratili muntini in prodocti ddI'ani,;ianato tessile e ligneo sardo, sicuramente documentati a ~nire d.J x"tn ~ fSPA.\'u. U Stlrk'.'f4 bi:.4"lin4. cit., pp. 11)'''), 6~. C. AMANTE. SlMON1, R MART01ttlJ.J. CMltur4. ",41rri1l1i l' /.li ltoricbr bI mm· tJnw 4rr:hrologiro di ComI/l: pri",i riJI//141i Ji unI ricnr:4. I ronrJi /"""Iri t' U J, ."4 1M .5f. ..... NKntU 1m, pp. A suggerire una tradizione indigena nell' ambito marinaresco stanno già per l'Età del bronzo recente sia i nuraghi delle isole circostanti 13 Su· degna dei Cavoli (Ficaria insula) s, di San Pietro (Accipi/rum insulll), t di Mal di Ventre 7 , oltre a un bronzetto nuragico della prima Età del ferro nell'isola dell' Asinara (Herculis insula) I. Inoltre, se dobbiamo far ris.tli· re la notizia strabonea circa la pirateria dei Sardi nell'area di Pisa ad amo biti preromani, ne ricaveremo la certezza di una attività cantieristica fU· vale per le popolazioni nuragiche'.

Infine, dobbiamo ricordare come testimonianze della navigazione primitiva le ancore di pietra, le quali, tuttavia, nella loro forma primiti. va (un blocco litico dotato di un foro pervio per fissare la cima), :lp' paiono prive di indicazione cronologica in virtù della loro lunghissima durata, mentre acquisiscono significato culturale e datazione se rim't· ,. R. BlNAGnl. lA md.llu,,;" in l'I. rom"n" in s"Nt'gn", -Istituto di Studi Ronuni. tealia romana. Sardrgn. romana" , n. Roma ... . Scopro" di lombe rom""t' in / Jo;. u,," J' 11ifu4s, ., t' tmilorio. Oristano I99S. p. 'I n()(JIII). Per le planimctrie dci nura· .mi cfr. N. STllNA. 0.1 pp. so--.· 1. G. ATlOIU. 1. NA\'U SAJtDAI! nuti in un contesto chiuso. La fonna di ancora di tipo composito. fori per l'inserimento di paldÙ lignei che assicuravano una buon.t presa sui fondali è attestata dagli inizi del Il millennio Le. La Sudq;na ha rr-. l.tiruilO numerosi esempi di queste ancore litiche'o. ma la loro cronoJoi, per Je ragioni anzidette permane problematica. Solo nel caso di un 'mcora trapezoidale in granito. a unico foro, dotalo di 00\'1: $C'malt. IUn: orizzontali, rinvenuta presso Punta Nuraghe. nd golfo di Cugnma. a nord di OlhilJ, è stato possibile, per contesto e confronti. proporre una probabile ambientazione negli uhimi secoli del Il millennio a.c. ".

Un apitolo a pane è costituito dalle rappresentazioni in miniatura delle n.t\icdJe in bronzo della Sardegna indigena. La Dppresc:ntmone di imbarcuioni che formano una sona di «musro immJ.Jtinario .. n.valen ~ una costante di lunga durata anche ndl"isola di Sardqtna, che ~iun. ~ sino a noi. soprattutto in rappono aUtambito \'Oth'O. ma anche C'("O~ nomico, Judico e di altro genere". Come OSSCf\'ato da Lucien Basch.l'i· t.ola è una delle terre mediterranee più ricche di moddlini di na\; t., li· miratarncrue al periodo "nuragico"", in quanto si contano oltre un cen· u. L BASai. U .""'I*t. Atbtncs l"'. '..lf. atKbc Jlbrin '971. ~ t r iII'N tinrnia "ti ,t't'Oli IX-VI 4. c.: ."" nld,.,. •• in AA.Vv .. Et,..,.", t' ~fU lt:'1Ilfo.Jnl~trion4lt. dI., pp. 4)0-1 con bibliografia ptUt'Òmtet tinaio di navicelle "nuragiche" in bronzo 16 accanto a un ridotto numero di imbarcazioni miniaturistiche in terracotta Un'approfondita analisi delle caratteristiche tecniche delle navicelle bronzee sarde, compiuta da Marco Bonino, ha consentito la distinzione di due tipi principali di imbarcazioni sarde: le barche e le navi a fondo piatto e le navi a scafo londo, entrambe realizzate col sistema del guscio cucito da legature e/o da tavolette (biette) connesse da cavicchi, corrispondenti alle stili/es naves, "navi cucite" , documentate dall' età arcaica all'età romana U primo tipo corrisponde a un'imbarcazione di dimensioni medie a fondo piatto su cui si montavano le sponde, mossa esclusivamente a remi. Nella ricostruzione grafica proposta le strutture trasversali, sistemate dopo la formazione del guscio, erano discontinue tra fondo e sponde, poi vi era un dormiente che sosteneva i banchi di voga ed i bagli di sostegno dei mezzi ponti o quello sporgente per il timone. La strut- LILLIU, Sculture della Sardegna nuragica, cit., pp. 11-2 e 388-441; G. FILIGHEDDU, Navicelle br011ue della Sardegna nuragica: prime annotazioni per uno studio delle aUitlldini e delle funzionalità nautiche, in "Nuovo bullettino archeologico sardo", pp. esemplari); A. DEPALMAS, Les nacelles en bronu de la Sardaigne. Problèmes de reconstrtlction des archétypes, in "Préhistoire Anthropologie Méditerranéennes", pp. 39-55; F. ' in Its Medite"anean Seuing. Studies in Honour of Ellen Mac Namara, "Accordia", 4, London 2000, pp. 141-58; EAD., 1 Sardi sul mare, cit., pp. 117-33 si osserva che dei 108 esempi censiti da G. Filigheddu «diciotto sono pezzi inaffidabili e di un'altra decina si hanno solo riferimenti bibliografici»; nella penisola sono documentate undici navicelle, tre da Poulonia e dintorni, cinque da Vetulonia, una da Gravisca, una dal Lazio, identificabile con quella di Porto, Ostia, e una daIl'Heraion di Capo Colonna); EAD., Osservazioni mi problema dei rapporti, cit., pp. 60-2 (nuovi esemplari di navicelle, in particolare da Oliena, Costa Nighedda, un esemplare, e da Sa Sedda 'e sos Carros, dieci scafi e dodici frammenti di altre navicelle).

Le città fenicie e, successivamente, cartaginesi costiere della Sardegna, connesse agli scambi tirrenici e mediterranei, dovettero avere proprie marinerle 11, senza che ne possediamo una documentazione diretta. La nave onerarla tipica dei Phoinikes è definita dalle fonti greche yauÀ.6ç 1), dalla radice fenicia *ga/, "rotondità" 14, ed era funzionale al trasporto di merci, per cui il rapporto tra lunghezza e larghezza era circa 3:1.

10. P. PoMEY. Un ~x~mp/~ d'évolulion d~s techniqu~s d~ comlrudion nawk anlU{ut: d~ l·aUf .. mhlag~ /'4' ligalurt's lÌ l'asumblag~ /'4' Imom l'I morlais~s, in D. MEEKS. D. GAR-CA (~.). T«bniques ellccmomi~ antiques et mldilvales: le temps de l'innovation, Aix· en·Provence 11. Bo...,lNO, Docummli navali ddla SaN~gna, cit., pp. 1)8'9.

In Le fU\; da traspono fenicie avevano una lunghezza compresa tra i \"Cnti e ì tren. t. metri e quindi una larghezza di sei o sette metri; il pc:scaggio era di cita un metro e mezzo. in analogia con la pane emergente dello scafo. [ ... 1 La poPP" era tondeggiante e culminava con un fregio a coda di pesce o a \'aluta, così come la prua. anch'essa curvilinea, tenninava con l'aplustre, un fregio zoomorfo rapo presentante la testa di un cavallo. [ ... ] La propulsione di queste M\i era garanht, dalla presenza di un albero maestro che sosteneva una \-cl. ttttan~lare. fu· sat. con un pennone che veniva orientato a seconda den.. direzione dd \-ento.

( ... ] n governo della nave era assicurato dal timone, un reno con pale asimme.

triche molto ampie, che era fIssato sul lato sinistro in prossimitì deU. poppa t'.

Le navi da guerra conobbero un'evoluzione dai prototipi orientali sino alla cantieristica navale cartaginese di età ellenistica. L'demento fonda· mentale delle navi militari era costituito dalla dotazione di un rostro sul .. la prora, sul prolungamento della chiglia, con cui si dO\"e\'ano speronare le navi nemiche.

La nave militare possedeva un rapporto tra lunghezza e larghezza pari a 6.5:1, che ne faceva, come efficacemente osservato da Piero Bartoloni. «Wl dardo nella corsa e un ariete nell'impatto,.26. La propulsione era assicurata sia dalla vela, utilizzata durante le traversate. sia dal remeggio. ~ più ano tiche navi da guerra erano dotate di 24 rematori per ogni lato e da due timonieri che governavano i due remi·timone fissati ai lati della poppa. Da questi cinquanta uomini deriva il nome greco di tali navi -pentekimloroi-. benché sia sicuro l'uso presso tutte le marinerie del Mediterraneo".

La rivoluzione delle navi da guerra si attuò sin dallo scorcio ddl\'11J secolo a.C. con le diere o biremi, navi alimentate da rematori disposti su due livelli, documentate con chiarezza per la prima volta nd 101 a.C .• aNi· nhoc, nei rilievi assiri del palazzo di Sennachcrib rappresentanti la bireme del re di T trO Luli 21. In queste raffigurazioni il rostro è quello di tipo orieo· tale, di fonna conica, destinato a durare a lungo nelle navi fenicie sino al IV secolo a.C., allorquando prenderà il soprawento il tipo a tre cuspidi, di· sposte verticalmente, già documentato in ambito etrusco e poi romano". La successiva e fondamentale conquista fu l'invenzione dell.a tncre o trireme, la nave da guerra dotata di rematori disposti su tre li\'clli '0, attribuita dalle fonti greche sia ai Fenici sia ai Greci, benché oggi si ten-lS. ID., Ù' navi e la naviga:ione, cit .• p. 74. Si noti che le navi in Omcro rtC&nO un unico timone, mentn, successivamente, si diffonde l'uso dd doppio timone <p. }A.''Sf.1I WWt d<-gli antichi, Bari 1996, p. 90). . BAKTOLONl, U! navi thlla battaglia del ",4" Sardonio, cit.. p. 11. BASOi. Ù musie imagina;", cit., pp. 161 •. . BAKtOLONt, Ù navi ddla balla1.li4 thl mll" S4rdonio. cit .• p. Biremi fenicie dal rilievo assiro del palazzo eli Sennacherib eli Ninive (701 a.c.). di Un u r un tipo fenicio di triere da un tipo · . reco ,t. La cantieritic navru c rtagin e · 1 e iru ana svilupperà entro il IV ec lo la te-ta di nave militare cartagin e in una tele del tofet di vlll.UIIiI.UIC treres e in età elleni tica la penteres cond una t ria d t t di 15 r . mi rIto ci cun d i quali ra mano rato ri p ttivam nt q ttr cinqu u mini .

Per quanto concerne la Sardegna, le informazioni più ampie relative alle flotte puniche che interessarono i porti isolani rimontano agli anni 259 e 258 a.C.H, Lo atpat1lyoc;3S cartaginese Annibale dopo la sconfitta subita ad opera dei Romani a Mylai, in Sicilia, fu comunque confermato nell'incarico e inviato, poco tempo dopo, in Sardegna con una nuova flotta e alcuni dei più reputati tptllpapxat36, ossia i comandanti delle triere o comunque delle navi da guerra, ovvero anche di piccole squadre navali 37. Saranno le triremi di Annibale a essere sconfitte da Sulpicio Patercolo nelle acque sulcitane nel 258 a.C.

La Sardegna fenicia)8 e punica non ha finora restituito rappresentazioni di imbarcazioni, con un'unica eccezione, costituita da un modellino frammentario di nave fittile dal deposito votivo di Bithia del IV-llI secolo a.C.: si tratta della parte proriera 39 di una nave oneraria con dritto di prua quasi verticale e murate decorate all'esterno e all'interno. Ai lati del dritto di prua all'esterno, in posizione simmetrica, sono due occhi apotropaici schematizzati, compresi, in alto e in basso, tra un motivo a zig-zag. All'interno, sulla testata del tagliamare, è rappresentata una testina maschile a rilievo con la capigliatura a calotta segnata da striature verticali, delimitata da quattro pomi, forse interpretabili come teste di chiodi che fissavano, idealmente, una tavola con la testa descritta. Al lato sinistro, sul bordo della murata si hanno appliques fittili, rappresentanti, da sinistra a destra, un ariete e un'anatra (?) gradienti verso un globo solare sormontato da un crescente lunare. Sul Iato destro della murata le appliques sono perdute. L'esegesi del modellino votivo di nave punica offerta alla divinità del santuario di Bithia è complessa: se è chiara la sfera cultuale, richiamata dal disco solare e dal crescente 40 , non è 34. J. DEBERGH. Autour des combats des années 259 et 258 en Cone et en Sardaigne. in AA.Vv., Punic Wars, "Studia Phoenicia", x, "Orientalia Lovaniensia analecta". ID., Olbia conquistata dai Romani nel 2$9 a.c.?, in AA. esplicito né il significato degli animali, forse legati al sacrificio, né l'interpretazione della testa virile, allusiva secondo Gennaro Pesce ai Pàlaikoi che i Fenici, secondo Erodoto"·, effigiavano sulla parte anteriore delle loro triremi 47..

A partire dall'età repubblicana, all'indomani della conquista romana della Sardegna e della Corsica, risulta documentato l'uso dei porti sardi da parte delle flotte militari romane. Così nel 215 a.C. il porto di Cara/is offre ricetto alle naves di Tito Manlio Torquato intervenuto in SarJù,ia per sedare la rivolta sardo-punica di Ampsicora"), mentre un porto dell'Oristanese, Tha"os o il Korakodes portus, accoglie la flotta cartaginese di sessanta navi militari (naves longae) condotta da Asdrubale il Calvo .....

Tredici anni dopo apprendiamo che il porto di Cara/is era dotato dj cantieri per la riparazione delle navi: nel 202 infatti il console TIberio Claudio Nerone portando una flotta in Mrica, dopo la conclusione del· la battaglia di Zama, all'altezza deiMontes lnsani della Sardegna centroorientale, fu afferrato da una tempestas. Gli effetti della burrasca sono così icasticamente descritti da Livio: Multae quassatae armamentisque spoliatae naves, quaedam Iractae. Ita vexata ac lacerala classis Cara/es tenuit. Ubi dum subductae reliciuntur "aves, hiems oppressit" s • I cantieri navali caralitani, dislocati evidentemente presso il porto, fornirono legname e ogni altro elemento necessario a riattare le navi. li dato è prezioso per ammettere che in Sardegna esistessero tradizioni navali pregresse e quel ciclo produttivo che assicurasse le forniture di legno, cordame, lastre di rivestimento in piombo, ceppi e contromarre in piombo ecc.

Possediamo un indizio toponomastico relativo alla silvicoltura .. forse connessa alla cantieristica navale. Se, infatti, attribuiamo ai Romani la fondazione di una Tibulas e di un Porlus Tibulas in Sardinia, forse a Castdsard0 47 , nel Nord dell'isola, non abbiamo più necessità di invocare una base panmediterranea *tab-/ *Ieb·, con il significato di «roccia, rupe, altura rocciosa».0t8, mentre appare più persuasivo riportare Tibu· las" 9 al latino libulus con il significato di "pino silvatico", presumibil· mente della specie Pinus pinasler L. La fonnazione toponomastica Ti· butlls (attestata nel mappamondo di Ebstorfso). Tibutas rifletterebbe dunque una risorsa, quella delle pinete costiere, che avrebbe determina· to o agevolato la costituzione dell'insediamento in età romana, forse in funzione delle costruzioni navali.

TI pino rappresentò, certamente, un elemento consueto del paesag· gio mediterraneo antico, se è vero che denominò numerose isole carato terizzate proprio da un'imponente copertura boschiva di pini'·. TI neso· nimo PilyoussailPityodeis, "isola dei pini", è infatti attestato a partire dal VII secolo in Alcmane, nella fonna Pityodeis,l. Ma forse già ad opera dc· gli Eubei nell'VIII sec. a.C. fu denominata Pityoussai l'isola di Ibiza, nel· l'arcipelago balearico. Tale denominazione è spiegata dagli autori classi· ci in relazione alla effettiva abbondanza di pini (pt'tyes) che caratterizza· no le due isole maggiori dell'arcipelago e, segnatamente, Ibiza H • Non può escludersi, relativamente alla Sardinia tardo-antica, che le notazioni di Palladio relative alla conservazione dei tronchi di pino, spe· rimentata da lui in Sardegna H , presumibilmente nel tem'torium Neapolitanum, si riferiscano anche alla cantieristica navale ss • L'archeologia subacquea ha documentato largamente l'utilizzo prioritario del legname di pino per le costruzioni navali antiche, pro· prio in relazione alla grande abbondanza di tale tipo botanico sulle coste del Mediterraneo, a tal punto che già le fonti classiche notarono il cambiamento del paesaggio mediterraneo, segnatamente delle isole, per l'intenso disboscamento effettuato in funzione delle costruzioni navali,6.

Ma il documento principale sulla costituzione di nuovi centri per la produzione di navi romane è costituito dal noto passo dell'Hisloria plantartl1n di Teofrasto relativo al progetto di fondazione di un centro navale in Corsica in un contesto cronologico indicato dagli storici intorno alla metà del IV secolo a.C. Teofrasto, dopo aver dichiarato che i più spettacolari alberi di pino nero e di abete erano quelli della Corsi- E. DE FELICE, La SarJfgna nel Mt>ditt>"anro in bau a/la toponomaJtica coIti"tJ antica, in ·Studi sardi". 49. L. DI SALVO, Un fitonimo aC'/lf Natura/C'I Historiat> di Plinio f un antico toponimo in SarJt>gna, in ·Civiltà classica ~ cristiana". pp. 161 SS.

SO. K. MILLER. Mappat>mundi. \'01. v, D/t-EhJtorjkartf, Stuttgart 1896. pp. st. STEPH. Bvz. S1S. 9. S.v. Pityunai.

Sl. ALOI. fr. SS. R ZUCCA. Nt>apoliI ~ il suo /t'mtorio. s6. JANN1. II ma" dfg/i antichi, cit .• pp. 6S-6. ca, narra la storia del primo tentativo d'impianto oltremare di un cantiere navale romano S7 , Potremmo, dunque, pensare che Tibu/as sia stata la prima fondazione romana di un insediamento produttivo della Sardegna settentrionale, in un'area caratterizzata da un approdo prossimo a una vastissima pineta.

Le naves sarMe sono attestate direttamente da un unico documento epigrafico: si tratta della nota dedica ostiense, datata 21 settembre 173 d.C., a M. Iunius M. f Pal(atina tribu) Faustus, mercator frumel1larriu e patromls cor[porisl curatorum navium marinar , da parte dei domini navium A/rarum item Sardorum (sic) f8, L'iscrizione evidenzia l'aggiunta dei (domùti) navium Sardarum (erroneamente Sardorum nel testo) agli unici dedicanti originari domini Ilavium Afrarum. Tale aggiunta, in ogni caso, rappresenta almeno la «temporanea associazione sotto una denominazione comune, dci domùri Ira-L'ium di varie città dell' Mrica e della Sardegna, tutti in contatto con l'amministrazione imperiale» Oltre alle navi onorarie dobbiamo fare riferimento, per la Sardùria, alle Ilaves militari, in funzione, soprattutto, dello stanziamento di un distaccamento della classis Misenensis nel porto di Kara/es c forse in quello di Olbia. I dati sono comunque scarsi, essendo riferibili alla quadrireme Minerva e alla liburna Salus: in un epitafio del museo cagliaritano, verosimilmente da Karales, è attestata la nave in cui era imbarcato un mi/es o celt/urio della classis prae/oria Misellensis: si tratta della quadriremis (?) Minerva 60 ; un'iscrizione funeraria oIbiense, assai frammentaria, infine, ricorda un soldato della flotta che militò ex /UbuTfza) Sa/(u/e)61. Yann Le Bohec ha notato che nella flotta di Miseno è nota «Una volta i Romani, volendo costruire una flotu, navigarono alla volta deU'isola (di Kyrnos1 con 1S navi; le dimensioni degli alberi tutt.avia etano tali che nd corso deUa ricognizione dei golfi e dei poni la rottura degli alberi delle na\; li costrinse ad approdare in una costa fittamente alberata. Dd resto l'isola era interamente copena dal manto forestale e resa come selvaggia dai boschi. In conseguenza di ciò i Romani rinunziarono a fondare la città. Alcuni di essi, tuttavia, si aprirono un palsamo e tagliarono in un' area ristretta un enorme quantitativo di legname, che con5eOd loro di costruire una zattera di tali dimensioni che l'equipaggiarono con cinquanta vele; nondimeno la zattera si sconnesse in alto mare. K)'rnos così, sia perché permane nd suo JUto naturale, sia a causI del suolo e del clima, supera di gran lunga (per i boKhille al· tre regioni.. Cfr, S. AMIGUES, Une incurrion des Romaim en Corre J'aprrs Thtfophraste, in -Revue des Études Anciennes". pp. una /ibuma Sa/us, per cui è possibile che l'anonimo classiario appartenesse alla flotta misenense Informazioni fondamentali sulle denominazioni delle navi e sugli armatori sono fomite da quei ceppi d'ancora in piombo che recano iscrizioni. Questa documentazione, proveniente dalle coste della Sardegna, non è abbondantissima, ma offre elementi di cospicuo interesse, L'attestazione di nomi di divinità, greci e latini, si riferisce preferenzialmente al nome stesso della nave, benché non possa escludersi il «devoto richiamo a divinità salvatrici»6 3 , soprattutto nel caso di due nomi di divinità registrati nello stesso ceppo, se non ammettendo, in taluni casi, il nome doppio della nave 64 , Le due testimonianze della Sardegna (Mercurius/Isis e Ceres/Isis) sembrerebbero adattarsi a navi destinate alla mercatura (Mercurius e Ceres eventualmente in rapporto ai carichi di frumento), mentre Isis è il teonimo recato da numerose navi dell'antichità, tra cui la celebre Isis di Luciano 6s , una nave adibita al trasporto dei cereali di Alessandria 66, Secondo l'ipotesi di Piero Gianfrotta, i ceppi con l'iscrizione rrotElpa potrebbero appartenere all' omonima quadrireme della flotta cesariana adibita al trasporto dei soldati di Cesare in Mrica nel 63. P. A. GIANFROITA. Anca" ffl'()man~. Nuovi materi4/i P" /o studio dei Iraffici marillimi, in ·Memoirs of tbe Arncrican Acadcmy in Rome", . P.I09.

64-Cfr. i casi documentati da GIANfROITA. Anca" «roman~», cit., pp. 109-10; ID., NO/~ di qigra/ia «marittima». Aggiomammti su 14ppi d'an/ora, <<l'Pi d'ancara ~ altro, in AA.Vv .• Epigrafia della prodtaion~ t J~/1a dislribtaion~. ·CoUcction dc l'Ecole françaisc de -" e 607.

6S. Luc. Navig. s. . GIANFROITA. Nou di qigrafi4 «maritlima». cit., pp. 603- 10 .• in ZUCCA. InJu/at S4rdini4~ ~t ConiCil~, cit., p. 6. 68. ID., No/~ Ji q>igrafia «marittima», cit .• pp. S97-8. . lo .• Anca" «roma"OI, ciL, pp. ID., NOI~ di qigra/i4 «m41"Ìttif1t4». cit., p. 603-70. ID., Not~ di qigra/i4 «marillima», cit., p. 603; ZUCCA. Insu/a~ S4rdinÌ4~ ~I Coni-CiI~, cit., . p .

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que, lungo le coste dell'isola, non sono numerose. Pennane, anzitutto, la difficoltà di determinazione del luogo di costruzione di un natante anti· co, ove non soccorrano elementI decisivi inerenti l'architettura navaIe h • La scoperta di uno scafo di nave oneraria nel porto di Suld, negli ano ni Trenta del XX secolo, e l'individuazione e lo scavo archeologico di numerosi scafi di navi romane e tardo-antiche (oltre che medievali) del porto di O/bio, insieme agli scavi subacquei di vari relitti, consentono di delineare le caratteristiche delle navi da carico che interessarono i commerci dell'isola. L'archeologia sarda è, invece, ancora muta relativamente alle navi militari 8), poiché i dati inerenti la tu/eLI navis concernono esclusivamente navi onerarie che avevano a bordo armi e armati, in re· lazione al fenomeno endemico della pirateria. Anche la Sardegna ha restituito in scavi terrestri resti di navi originariamente ormeggiate in bacini portuali, che cause naturali (in particolare esondazioni fluviali o alluvioni e antropiche hanno interrito, come è avvenuto per la nave del m secolo d.C. di L01rdùrium, le navi della Borsa di Marsiglia o il complesso di imbarcazioni dei porti di Pisoc 8s e di Ncopo/is . TI primo caso è quello della nave del porto meridionale di Su/ci, l'altro delle navi olbiensi. Nel 1933, in occasione dei lavori di dragaggio dei fondali del porto nel golfo di Palmas (CA), corrispondente al bacino meridionale di Su/ci, vennero in luce i resti di una nave romana, ritenuta del I secolo d.C., lunga 23 m, larga 7, in legno di abete rosso (Picco exce/sa L.). Nello studio dei resti della nave si è documentato il coUe· gamento delle tavole del fasciame con chiodi e con biette Le navi di Olbia, edite preliminarmente da Rubens D'Oriano e Edoardo Riccardi, documentano lo straordinario livello di traffico marittimo del porto olbiense senza che si possa decidere sulla pertinenza di navi a ,zavicu/arii O/bienses. Delle navi due sono pertinenti a età neroniano-vespasianea e ben quattordici al V secolo d.C., presumibilmente colate a picco in Ricostruzione della navis oneraria di Sulci. Indubbiamente tale materiale non offre lumi diretti sulle naves sardae, poiché in numerosi casi si deve invocare l'intervento di cartoni che circolavano presso le botteghe degli artisti, ovvero si deve riconoscere l'importazione di manufatti artistici di botteghe extrainsulari. Tuttavia anche questi elementi, accanto ad altri, in particolare i graffiti su laterizi o su intonaci, più probabilmente connessi alle navi dell'orizzonte locale degli autori, sono utili per narrare la storia dell'immaginario navale della Sardinia. n raffronto più immediato è costituito dal bipedalis rinvenuto nell'area di Palazzo di Re Barbaro a Porto Torres, all'interno di un pozzo che risulta già colmato nel corso del I secolo d.C. Sul mattone è rappresentata, graffita anche in questo caso a crudo, una nave caratterizzata da ventun remi, cos1 descritta da Antonietta Boninu, alla quale si deve una prima edizione del manufatto: n profilo dell'imbarcazione è reso in modo molto schematico, con una leggera curvatura al centro lungo la linea inferiore, la prua a destra, e la poppa a sinistra rialzata e in pane incompleta per lacuna di frattura. A poppa è molto evidente la barra quasi orizzontale del timone. A prua una caratteristica decorazione con chenisco, ossia la testa di oca, resa con tratti essenziali, ma molto espressivi. A. BoNINU, Una nave in cotlo da Porto Ton-es, in VII Sdlimana del/4 Cultura Sdentifica (Sassari .,-IJ aprile 1997), Sassari 1997. pp. Si tratta di una nave incisa su una stele funeraria "a specchio", databile alla prima età imperiale. L'imbarcazione è singolare: nonostante i tratti incerti e la sommarietà del disegno, sono ben riconoscibili lo scafo, con chiglia convessa, prua e poppa rialzate e arrotondate in sommità, l'albedi lungo /'eltremità onentille del Golfo dell'AIinara . in I.:Afric4 1'01111111a, vol. XIV. cit., pp. IJ.48-so (con altra interpretazione ddl'usetto ddla vda). Roma, Domus Tiberiana. Graffito con navis oneraria e iscrizione Tha"os le/ix et tu.

ro che incrocia il pennone, sostenuto da due amantigli, la vela spiegata, a forma di triangolo rovesciato, le manovre indispensabili per orientare la vela e tenerla in direzione, gli imbrogli per ridurre e piegare la stessa vela. Altri segni incisi sullo scafo sono di difficile interpretazione: forse le due linee oblique sulla destra indicano sommariamente i timoni.

Roma, Palatino, Domus Tiheriana. Graffito parietale con navis oneraria.

Fine I secolo d.C.93 ).

Sulla parete A della Stanza 7 (lato sud-ovest) è stata rilevata tra gli altri graffiti la raffigurazione di una nave oneraria. Lo scafo allungato presenta la prua con il dritto proriero obliquo e la poppa convessa terminata da un àphlaston a voluta, incurvato verso l'interno, piuttosto comune nelle navi dell' antichità. Sulla fiancata sinistra della nave, presso la poppa, è raffigurato il gubernator che manovra il timone a remo con ampia pala ret- . Ostia, Foro delle Corporazioni. Mosaico dei Navic(u!an) rum/ani. veva sondare il fondale 95. Al centro si eleva un albero che p netra fino alla chiglia e regge un pennone lineare da cui pende un'ampia vela quadra reticolata, a rappresentare i ferzi con gli imbrogli, gonfiata dal vento in poppa, saldata alle bitte da scotte. A prua il secondo albero inclinato recala vela minore (artimone), anch'essa al vento. ulla fiancata sini tra dello scafo è graffita l'iscrizione, in lettere capitali, Tharros le/ix et tu un'acclamazione verosimilmente di un tharrense che augurava la felicità della città e al lettore del graffito.

Ostia, Foro delle Corporazioni. Statio dei navic(ularù) Turritani. Pavimento musivo con rappresentazione di una navis oneraria . d.C.9 6 ).

La nave presenta lo scafo allungato con la ruota di prua convessa terminata da un allargamento dell' estremità proriera, secondo la forma più consueta delle navi onerarie romane 97 . ' Sui lati della poppa i individuano i due timoni obliqui. La nave è dotata di due alberi, 1'albero maestro lvi, pp. 459 e 460, al centro, fissato da due cavi, con il pennone celato dalla grande tabella ansata con !'iscrizione navic(ularii) Turritani, da cui pende la grande vela quadra, suddivisa in quadrati, denotanti i ferzi e gli imbrogli, e l'albero di bompresso a prua con una vela minore quadra. Le manovre correnti delle due vele sono rappresentate in maniera schematica.

Ostia, Foro delle Corporazioni. Statio dei navicul(ariO et negotiantes Karali/ani. Pavimento musivo con rappresentazione di una navis oneraria.

La nave è inquadrata superiormente da una tabula ansata con l'epigrafe navicul(ariz) et negotiantes / Karalt'tani e ai lati da due grandi modi, allusivi al trasporto del /rumentum 99. La nave, dalla poppa ricurva con una piattaforma esterna a balaustra, decorata a rombi e i due timoni a larghe pale, presenta la prua terminata da una voluta, caratterizzata dal tagliamare, documentato su altre sette navi del Foro delle Corporazioni, su un totale di ventisette Ostia, Foro delle Corporazioni. Mosaici con rappresentazioni eli navi.

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dai cavi alla tolda, reca il pennone con la vela quadra e le manovre correnti. TI secondo albero, a prua, reca r artimone.

Cabras, San Salvatore di Sinis. Ipogeo. Graffiti navali. IV secolo d. .

L'unico complesso di graffiti navali, o meglio di rappresentazioni a carbonicino, della Sardinia, parallelo, nel suo piccolo, ad altri celebri contesti figurativi come quelli di De/os, è quello della schola ipogea di an alvatore di Sinis.

Nelle navi si riconoscono legni pesanti a vele spiegate al centro e a prua, alcuni con uno e altri con due alberi, cui si legano le sartie talora ingenuamente confuse con le vele; gli alberi sorgono a livello di ponte o dalla chiglia . Nel mezw di maggiori proporzioni, con l albero centrale segnato per l'altezza da una fascia a zig-zag, alla poppa ricurva con leggero appuntimento al colmo si adattano due timoni con pa- Sulle navi dell'ipogeo di San Salvatore, oltre alle descrizioni di Doro Levi (D. LEVI, L'ipogeo di San Salvatore di Cabras. Roma 1949. passim), si rimanda alle o servazioni in G. LILLlU, La dr. inoltre A. Do ATI, R ZUCCA. L'ipogeo di San Salvatore • .. ardegna Archeologica. Guide e Itinerari". 21, assari 1992, pp. Ager tho"ensis, ipogeo di San Salvatore di Cabras. Graffiti di carattere navale. io '= rT SJ ~I ~-=-::+4=\ ===:::::;

16·--'1""+\-le del tipo a remo, convergenti in una barra di comando 13, d. È facile riconoscervi una navis oneraria. Tale impiego risalterebbe ancora meglio in un' altra nave della qu'ale si è voluto disegnare sommariamente lo spaccato dell'interno, col carico . Del legno, schizzato solo per tre quarti, si vede esternamente la zona poppiera (o di prora), col particolare del fasciame (reso a linee orizzontali sovrapposte) di consolidamento dell'intelaiatura e dell' armatura della fiancata; si osserva pure, al centro della tolda, la limitazione del parapetto a balaustra disegnata a reticolo. Ma l'interesse maggiore lo costituisce la sezione dell'interno con la Korales, coemeter-ium di Bonaria. Cubicolo di Giona. Raffigurazione di due navi.

quale si è voluto far vedere il vano con la scala di discesa alla stiva e, nello specchio quadrato contiguo segnato da file sovrapposte di circoletti, l'indicazione del carico, forse materiale anforario disposto a trati come di consueto. In un altro legno Levi ha invece ipotizzato un tipo di nave leggero, della categoria delle naves speculatoriae Karales, cimitero di Bonaria. Cubiculum di Giona. Raffigurazioni pittoriche di due naves onerariae. Metà IV secolo d.C. 1 0 3 14).

Le due naves, inserite nell'iconografia corrente della storia biblica di Giona, riflettono il simbolismo cristiano della nave-chiesa, che assicura salvezza anche in funzione dei suoi pastori resi, nella parola evangelica, «pescatori di uomini» 10-4. Al di là del livello simbolico le due naves offrono la L. PANI ERMINI, Note su alcuni cubicoli dell'antico cimitero cristiano di Bonaria in , pp. EAD., Il Cristianesimo in Sardegna attraverso le testimonianze archeologiche, in Sicilia e Italia suburbicariII tra TVe VI11 secolo. Atti del Convegno di studi (Catania , Catania 1991 , pp. A. M. IEDDU, La pittura paleocristilIna in Sardegna: nuove acquisizioni, in "Rivista di archeologia cristiana", 104. Sulla nave, usata soprattutto come immagine della Chiesa in numerosi testi patristici, e insieme a questo significato messa in rapporto al viaggio ultraterreno nell'iconografia paleocristiana, cfr. la recente sintesi di L. Sardinia. Entrambe le navi sono alla fonda, con la prua a tagliamare rivolta verso la riva e le vele imbrogliate, benché la nave di destra ci mostri l'ultima fase del serrare la vela. Sulla nave di sinistra, mediante una passerella, sale un agnello, mentre dalla murata destra pende un'ampia rete da pesca, manovrata dagli uomini sulla tolda, che pescano tre uomini.

Questa nave sembra avere una poppa ricurva con àphlaston a testa di cigno. r: albero maestro è delineato con cura, insieme al pennone e alla vela serrata attraverso le manovre correnti azionate dai marinai. Ugualmente l'albero di bompresso reca la vela serrata al pennoncino attraverso le sartie.

La nave di destra mostra la ruota di poppa arcuata, dotata di àphlaston a protome di cigno, con una piattaforma sporta all' esterno. Due ampi timoni a pala sono disposti ai lati della poppa. Un unico albero reca sul pennone la vela manovrata mediante le sartie dai nautae per ridurla e, finalmente, serrarla.

Karales, viale Fra Ignazio, Orto dei Cappuccini. Cisterna di accoglimento delle acque meteoriche della cavea dell' anfiteatro. Graffito con rappresentazione di navis ol1eraria. IV secolo d.C.IOS ). 1008-19; G. STUHLFAUTH, Das Schifi als Symbol der Altchristlichen Kunst, in "Rivista di archeologia cristiana", J. e M. BONINO, Barche, navi e simboli navali nel cimitero di Prisdlla, in "Rivista di archeologia cristiana", 105. M. DADEA, Un graffito paleocristiano con figura di nave a Cagliari, in 1: edificio battesimale in Italia. Aspetti e problemi. Atti del/'VIII Congresso Nazionale di Archeologia La navis è tracciata a graffito sul rivestimento in cocciopesto di un cisternone intagliato nel calcare di m 130 x 180 X 8 di altezza. La nave a scafo allungato presenta la ruota di prua quasi verticale, mentre la poppa ricurva sembrerebbe dotata di aplustre ricurvo. Sulla murata sinistra poppiera è tracciato un rozzo timone a pala. Sulla stessa fiancata sono graffite due ancore. 1: albero maestro a vela quadra configura all'incrocio con il pennone un chrismon con le lettere apocalittiche pendenti dal bordo inferiore della vela.

All' estremità di prua è il secondo albero con r artimone. A sinistra della estremità proriera si individua il graffito Ian[ua]rius e la rappresentazione di un pesce.

Cornus, complesso paleocristiano di Columbaris. Lastra di copertura del sarcofago di Maximus con raffigurazione di navis oneraria. V secolo d.C. . Cornus, coemeterium di Columbaris. Nave incisa sulla lastra di copertura del sarcofago di un Maximus. compaiono accanto all'iscrizione due simboli cari all'iconografia cristiana dei primi secoli, simboli che frequentemente si ritrovano accoppiati: a sinistra è una grande nave, mentre conclude il testo una colomba che reca nel becco un ramoscello d'ulivo; oltre alle due figure, a destra del testo compare un grande chrismon.

Preme notare, a proposito della nave, la notevole verosimiglianza della raffigurazione; illapicida ha infatti disegnato un'imbarcazione che risponde al reale aspetto di una nave oneraria di tradizione romana, aspetto per il quale si registra una continuità in età tardo-antica e altomedievale (l'epigrafe di Maximus si data al v secolo), come testimoniato da elementi di diverso genere, archeologici e iconografici soprattutto Questa verosimiglianza è innanzitutto evidente nella forma dello scafo, allungato, con chiglia piatta e murate non molto alte; il dritto di prua è quasi verticale 10 9 , mentre quello di poppa risulta leggermente concavo in sommità; poppa e prua sono comunque notevolmente elevate, la prima con sommità leggermente obliqua, mentre l'altra è orizzontale; su en-107. Sull'epitafio di Maximus, e soprattutto sui suoi densi significati simbolici, dr. le approfondite riflessioni di Giovanni Giacomo Pani, fatte alcuni anni fa in occasione dd convegno che inaugurò la serie degli incontri di Cuglieri sull' archeologia tardo-antica e medievale in Sardegna, che traevano spunto proprio dalle esperienze di scavo comuensi: G. G. PANI, I.: epigrafia cimiteriale di Comus: alcune riflessioni, in I.:Archeologia romana e altomedievale nell'Onstanese. Atti del l Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale in , "Mediterraneo tardoantico e medievale. TI testo epigrafico aveva già avuto una esauriente edizione in MASTINO, Comus nella storia degli studi (con un catalogo delle iscrizioni rinvenute nel comune di Cuglieri), 108. A proposito dei dati archeologici, già nd 1981 (da allora si registra un notevole incremento delle ricerche sull'architettura navale dell'antichità) Patrice Pomey scriveva: <<Di fatto, la maggior parte dei relitti scoperti nd Mediterraneo utili per lo studio dell' archeologia navale -attualmente una trentina circa -è costituita da navi di commercio greche e soprattutto romane, databili dal IV secolo a.c. (Porticello, Kyrenia) alla fine dell'Impero r0mano (Yassi Ada n, Port-Vendres I), alle quali si possono aggiungere per il periodo arcaico quello di Bon Porté (VI secolo a.c.) e per la fine dell' antichità e gli inizi dell' alto medioevo, i relitti di epoca bizantina dd Pantano LongariJ!i (C. 500) e di Yassi Ada I (VII secolo d.C.).

Al di là degli dementi peculiari di ogni imbarcazione e di una certa diversità nei dettagli di costruzione, attribuibili alle tecniche usate nei cantieri navali, la maggior parte delle navi presenta molti caratteri comuni, che denotano una concezione non dissimile dell'architettura navale e l'applicazione di principi uguali» (GIANFROTI'A, POMEY, Archeologia subacquea, cit., p. 235). Cfr. inoltre BASCH, Le musée imaginaire, cit., pp. 481-2.

109. Può infatti assegnarsi al secondo tipo della classificazione proposta da Basch, che lo definisce appunto étrave verticale (BASOI, Le musée imaginaire, cit., p. 468). trambe compare un chrismon, con le due lettere che lo compongono non esattamente sovrapposte. Con due bande orizzontali disposte sopra lo scafo illapicida ha probabilmente voluto rendere il ponte e l'interno del parapetto della murata sinistra (in tal caso la posizione dell' albero sarebbe errata; in alternativa possiamo pensare a due larghe bande decorative), mentre con due strette porte affiancate, ciascuna delle quali è sovrastata da una piccola volta, si è inteso raffigurare il cassero poppiero. La coppia di timoni, congiunta nella parte superiore, termina con due larghe pale rettangolari. Sull' albero (fusum), che termina con la testa arrotondata, è spiegata una vela quadra (l'acatus della tradizione classica); gli angoli superiori della vela, arrotondati, sono in realtà le parti terminali del pennone (antemna), assicurato in testa d'albero da quattro amantigli; una scotta tesa dall' angolo in basso a sinistra della vela alla zona poppiera è la manovra indispensabile per l'orientamento della vela, mentre a prua una seconda manovra è identificabile con la mura che mantiene il punto inferiore della vela al lato del vento. I riquadri della vela indicano invece il reticolo formato dai ferzi e degli imbrogli utili ad avvolgerla 110. Evidentemente l'artigiano aveva a disposizione dei precisi modelli, rintracciabili forse nelle stesse navi onerarie che, cariche delle loro merci, facevano scalo nel vicino approdo cornuense 1Il.

Cornus, complesso paleocristiano di Columbaris. Laterizio con raffigurazione di navis oneraria. Età tardo-antica lI1 ).

Frammento di laterizio conservato presso l'Antiquarium Arborense di Oristano Il), costituente la porzione superiore sinistra di un laterizio in argilla arancio rosata, priva di inclusi, che residua in lunghezza 31 cm, in larghezza 25 cm; lo spessore è invece di 4,7 cm. Originariamente poteva Possono essere istituiti raffronti tra la nave di Maximus e alcune onerarie documentate nei mosaici delle stationes del piazzale delle Corporazioni a Ostia, come quella dei navicularii Turritani, i mercanti provenienti dal porto sardo di Turris Libisonis (BE-CArn, Scavi di Ostia, cit., pp. 71-2 nota 100, tav. CLXXVI); strette analogie possono trovarsi anche con altre imbarcazioni, tra cui si cita l'Isis Giminiana, raffigurata in un affresco datato tra il il e il m secolo (dunque quasi coevo ai mosaici ostiensi) oggi conservato nei Musei vaticani, ma che originariamente adornava una tomba della necropoli sulla Via Laurentina a Roma (BASCH, Le musée imaginaire, cit., p. 468, ). Come la nave di Cornus, anche l'oneraria dei mercanti turritani e l'Isis hanno lo scafo allungato con poppa e prua notevolmente rialzate (è differente solamente il taglio orizzontale delle sommità); a quest'ultima si avvicina anche per le larghe pale dei timoni, per la resa del ponte, per la presenza del cassero poppiero.

III. R ZUCCA, Ritrovamenti archeologici sottomarini presso il Kopa1\OJb71ç À.I.u~V , in Actas del VI Congreso internacional de . P. G. SPANU, Le navi di Cornus, in AA.Vv., Insulae Christi. Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, II3. Depositato dal prof. Giuseppe Masia, anno 1966. Comus, coemeterium diColumbaris. Nave incisa su un laterizio (disegno di S. Ganga).

trattarsi di un bipedalis (mattone con circa 59,5 cm di lato) o di un sesquipedalis (con circa 44,5 cm di lato).

Si tratta probabilmente di un prodotto locale, anche perché mancano del tutto i caratteristici indusi delle produzioni urbane, pure bene attestate in o di altri ateliers extrainsulari responsabili di esportazioni in Sardegna IIS. Data la frammentarietà del laterizio, della nave rimane solamente una parte, relativa alla zona prodiera. In generale la figura è incisa in modo molto schematico: lo scafo mostra un'incisione più decisa, mentre l'albero, la vela e altri dettagli hanno un tratto assai più leggero. Lo scafo ha le murate basse, e, per quanto è possibile leggere dato lo stato frammentario, non doveva essere di forma allungata; sulla prua, notevolmente rialzata e con dritto slanciato ll6 e solo leggermente convesso, è poggiato un albero di bompresso. L'albero maestro, reso semplice- Cfr. R ZUCCA, I bolli laterizi urbani d.ella In., I laterizi della Sardegna in età fenicio-punica e romana, in La ceramica racconta la Storia, Atti del Convegno "La ceramica artistica, d'uso e da costruzione nell'Oristanese dal neolitico ai giorni nostri", Un mosaico perduto della "villa di Tigellio", del tardo II-inizi III secolo d.C., mostrava una barca con la poppa decorata da un aplustre a testa di cigno, condotta da un rematore in uno specchio d'acqua sunteggiato da file parallele di linee nere . Da Pirri proviene una porzione di sarcofago strigilato del Museo di Cagliari con scena di un pescatore che erto sulla barca, di cui si osserva nel frammento la robusta poppa elevata, trae dal mare la rete gonfia di pesci, di chiara reminiscenza evangelica, di bottega urbana della fine del III secolo d.C. m n8. Per la Sardegna l'unico esempio dell'esercizio di un servo addetto alla fabbricazione di testae sembrava fmora costituito dal mattone bipedale rinvenuto a Su Cuguttu di Olbia e datato al IV secolo d.C., sul quale è incisa entro una tabella ansata l'acclamazione di una schiava: Salbu Ascl/epiade feli/x Elenopo/li(s) (L. GASPERINI, Olbiensia epigraphica, in AA.Vv., Da Olbìa a .

119. BASCH, Le musée imaginaire, cit., A. COLAVTITI, Cagliari, "Città antiche in Italia", 121. G. PEsCE, Sarcofagi romani di da ultimo A. TEA-TINI, I.:arte paleocristiana in .

I. Karales, Pirri. Frammento di sarcofago con scena di pesca da una barca; 2. Karales, Domus degli stucchi. Mosaico con rappresentazione di una barca. tre barche, identificate nel tipo detto ratis sive ratiaria, di cui una mostra la prua rialzata con l'aplustre a testa di volatile. Un ultimo disegno sembrerebbe meglio essere riferibile a un'imbarcazione di giunchi che sopravvive ancora nelle la~e dell'OFistanese, ilfassoni l22 A parte, dunque, dovranno considerarsi i grandi centri urbani costieri, per i quali un complesso coerente di fonti letterarie, epigrafiche e soprattutto archeologiche documenta l'esistenza di porti A questi porti urbani, di preferenza, è presumibile dover riferire, infine, una serie di fonti greche e latine connesse genericamente ad approdi della Sardegna. Probabilmente al golfo di Oristano deve assegnarsi il riferimento di Posidonio a un rapoqloç KOA.1tOç, a meno che non si intenda genericamente come "mare Sardo", fino al quale soffiano dei venti etesi dalI'Iberia 14. Pausania segnala l'esistenza di approdi sicuri per le navi

Lungo i 1.385 km costieri dell'isola il tipo morfologico più attestato è la falesia che, strapiombante talora per centinaia di metri di altezza, nega qualsiasi possibilità di approdo. La falesia domina soprattutto il paesaggio costiero tirrenico, cantato da Silio Italico: qua videt Italiam, saxoso torrida dorso / exercet scopulis late Ireta 19. Ma anche lunghi tratti della costa meridionale, sud-occidentale e nord-occidentale presentano la struttura a falesia. Tuttavia, nell'ambito della falesia si è prodotta, piuttosto frequentemente, la formazione di grandi e piccole "rìas", ossia delle «antiche valli fluviali invase dal mare sia per abbassamento delle coste, sia per innalzamento generalizzato del livello del mare»20.

TI secondo carattere fondamentale dei litorali sardi è costituito dalle formazioni a lido, in relazione principalmente alla foce dei fiumi, e dalla conseguente formazione di lagune retrodunali. Queste formazioni sono frequenti soprattutto nel settore sud-occidentale della Sardegna, ma non mancano nei più aspri litorali orientale e settentrionale 11. I litorali caratterizzati da queste formazioni a lido, anche perché costituivano l'ingresso ad aree dotate di suoli con scarse limitazioni d'uso e di risorse economiche minerarie (metalli e sale), hanno rappresentato i poli fondamentali delle aggregazioni urbane della Un' analisi dei porti dell' antichità in Sardegna deve, preliminarmente, .considerare la dinamica geomorfologica delle aree a funzione portuale nel corso degli ultimi tre millenni.

Le strutture sommerse di Nora e di Tha"os, individuate sin dal XIX secolo 21, ha inizialmente suggerito l'attribuzione della sommersione a un fenomeno di bradisismo che, in realtà, non pare mai riscontrabile lungo tutto l'arco costiero dell' isola Le variazioni della linea di costa accertate in Sardegna sono attribuibili a una complessità di cause che giocano il loro ruolo anche nelle fasi successive all'ultima trasgressione versiliese, conclusasi intorno al 3000 a.C. L'aumento del livello del mare, dovuto a movimenti eustatici, non è stato rilevante anche lungo i litorali della Sardegna, benché ad esso possiamo ascrivere la sommersione sia di due insediamenti nuragici, rispettivamente presso Capo Ferrato, sulla costa tirrenica Le fondazioni fenicie di VIII-VII secolo a.C. di Karales, Nora, Bithia, Sulci, Othoca e Tharros, localizzate tutte nel Sud-Ovest dell'isola, ripetono la medesima scelta insediativa imperniata su formazioni a lido, funzionali all'indispensabile scalo portuale, anche in quei casi in cui la localizzazione ai piedi di un promontorio cinto dal mare (Nora e Tharros) o su un'isola (Sulet) avrebbe potuto suggerire una diversa motivazione della topografia dell'insediamento primitiv0 Non casualmente i centri fenici citati si confermeranno come le principali città sia durante l'età cartaginese, sia nel periodo romano.

I Cartaginesi, infatti, procedettero alla costituzione solamente di due nuove città: Neapolis, fondata nel terzo venticinquennio del VI secolo a.C., in funzione di scalo lagunare del litorale centro-occidentale, e Olbia, creata intorno alla metà del IV secolo a.C., all'estremità orientale di una profonda e ben protetta insenatura che costituisce «il proseguimento a mare di una delle piccole strutture di sprofondamento o "fosse tettoniche" in cui si sfrangia verso est la più grande "fossa sarda" fra il Golfo dell' Asinara e il Golfo di Cagliari» 28. Entrambe queste città ebbero confermato il loro ruolo di importanti scali portuali (soprattutto nel caso di Olbia) durante il dominio romano.

La costa orientale della Sardegna documenta insediamenti non urbani (ad eccezione appunto di Olbia) in relazione alle foci dei fiumi, con la conseguente creazione di lidi e di apparati lagunari e, per quel che concerne la Gallura (Sardegna nord-orientale), nelle profonde "rìas" che incidono il banco granitic0 29 • La situazione che ne scaturisce è stata lucidamente sintetizzata da Michel Gras, nel suo recente contributo Pour une Méditerranée des Emporia:

Un simple coup d'oeiI sur la carte de la Méditerranée centrale nous apprend qu'il y a des cotes sans grosses communautés phéniciennes ou étrusques, sans grandes colonies grecques non plus. Et l' on pourrait dire qu'il y a des iles et des cote à empori a comme le rivage nord de la Sicile et la cote orientale de la Sar- Turris Libisonis rappresenta l'unico centro urbano costiero di fon~ dazione romana in Sardegna, ancorché creato alla foce del Riu Mannu, che poté costituire un approdo sin da età arcaica, se ad esso dobbiamo riportare una coppa iornca A2 e due lèkythoi samie çlel Museo archeo~ logico nazionale di Sassari 31 e un ceppo d'ancora in marmo, del tipo dei celebri ceppi di Sostratos e di F ayllos, studiati da Piero Gianfrotta , rin ~ venuto nelle acque marine presso lo stagno di Pilo 33 .

Primaria importanza ebbe tra i porti della Sardegna quello di Kara,les, per la cui definizione topografica risulta prioritaria un'analisi geomorfologica del litorale 34.

Karales. I porti dell'antichità (Carta dell'Istituto idrografico della Marina). . R. D 'ORlANO, in G . UGAS, R. Z UCCA, Il commercio arcaico in 32. P. A. GIANFROTTA, Le ancore votive di Sostrato di Egina e di Faillo di Crotone, in "La parola del passato", . D. . Rinvenimento di un ceppo d'ancora in marmo, in "Bollettino di archeologia", IO, 1991, pp. 34. SCHIEMDT, Antichi porti d'Italia, cit., pp. 231-5.

L'area urbana cagliaritana si accentra, in una dinamica storica variabile, sul sistema di depositi miocenici, con alcuni lembi di panchina tirreniana, che danno una configurazione a colli al paesaggio urbano. TI colle più meridionale (promontorio di Sant'Elia) risulta saldato ai. precedenti da alluvioni pleistoceniche. A occidente e a oriente del sistema miocenico si hanno due vaste insenature marine, successivamente degradatesi in lagune e stagni. A ovest la vasta laguna di Santa Gilla, costituente la paleo-valle fluviale dei fiumi Cixerri e Mannu, sbarrata a mezzogiorno da un cordone dunale che potrebbe essersi definitivamente formato solo in età ellenistica. A est gli stagni di Molentargius e di Quartu, definito, quest'ultimo, dal cordone del Poetto e sede, almeno dal TI secolo a.C., di una salina 3S • TI KapaA.ttavòç KOA.7tOç3 6 , l'odierno Golfo degli Angeli, delimitato a levante dal promunturium Caralitanum 37 (Capo Carbonara), con la contigua insula Ficaria 38 , risulta diviso in due ampi seni dal KapaA.tç aKpa 39 , il Capo Sant'Elia, benché le attività portuali siano concentrate nel seno occidentale. ~ce~che recenti 4° hanno accertato che il primitivo porto della KRLY (Karales) punica fosse in prossimità della costa centro-orientale dell'insenatura marina, in via di colmatura, di Santa Gilla, in corrispondenza del centro urbano cartaginese, abbandonato al principio dell' età repQbblicana L'organizzazione del trasporto delle merci lungo le rotte da Caralis al portus Augusti e da Caralis a Carthago 50 , oltre che sugli altri traiecti mediterranei, era assicurato dai navic(ularii) Karalitani, di cui è ben nota la stati o (in associazione ai negotiantes) nel Foro delle Corporazioni di Ostia 5J • Karales era il porto d'imbarco principale dei cereali del Campidano, sicché è ben ipotizzabile che, seppure con variazioni nel lungo periodo, il grano abbia costituito la derrata più frequentemente trasportata nella rotta Karales-Ostia. Gli horrea di Karales per l'immagazzinamento dei prodotti provinciali, in particolare il frumento, vennero restaurati sotto Elagabalo 52, ma essi dovettero essere presenti sin dall' età repubblicana, presumibilmente nell' area del quartiere della Marina, in prossimità del porto.

Le testimonianze archeologiche offrono una vasta copia di dati sugli scambi nei bacini portuali caralitani a partire dall'arcaismo S3 • Le indagini terrestri e subacquee nel compendio di Santa Gilla hanno documentato, accanto ai preponderanti materiali anforari fenici e_cartaginesi, vasellame protocorinzio antico, ionico, etrusc~-corinzio e in bucchero, ceramica attica a figure nere, a figure rosse e a vernice nera, piattelli di Genucilia, ceramica a vernice nera dell' atelier des petites estampilles, guttoi iberici a vernice nera S4 • Sul prosieguo della navigazione all'interno della laguna di Santa Gilla in età tardo-repubblicana e nella successiva età imperiale acquisisce una particolare importanza la scoperta nella stessa laguna di Santa Gilla 55 di una testa leonina in bronzo con ghiera per il fissaggio alla parte superiore di un timone, conservata al Museo archeologico nazionale di Cagliari, datata da Gennaro Pesce al I secolo a.C. 56 e simile per iconografia e funzione agli esemplari di Nemi 57. Seppure minoritarie rispetto ai contenitori anforari punici si annoverano nella laguna anfore tardo-repubblicane Dressel 1 e greco-italiche e anfore di età imperiale tripolitane e africane I e II. Saremmo inclini ad attribuire alla navigazione fluviale e late medite"anee, cit., pp. 222-3; Y. LE Bmmc, La Sardaigne et r armée romaine, Nell'Itinerarium è distinta anche la rotta a Caralis Galatam usque insulam, in funzione del porto di Tabraca, in Proconsularis. Venendo all'area della darsena attuale, corrispondente al bacino portuale romano, osserviamo che Antonio Taramelli vi aveva segnalato l'individuazione di banchine del periodo roman0 59 • In ogni caso nei lavori di dragaggio del molo di Ponente, effettuati negli anni Trenta del XX secolo, si recuperarono anfore greco-italiche, un ceppo d'ancora in piombo e un'ancora in ferro del tipo Ammiragliato Recenti ricerche hanno documentato in un' area contermine al molo Dogana (via Campidano) un possibile settore del porto romano, in uso tra la fine del III secolo a.C. e il VI d.C. e successivamente interrito. A questo settore si riferiscono delle strutture, forse dei moli, e un grande quantitativo di anforacei dal periodo tardo-repubblicano a età bizantina, probabilmente caduti durante le operazioni di carico e scarico 6J.

L'organizzazione dell' emporium caralitano con i già citati horrea e i navalia, i luoghi di culto, tra cui l'Iseum 62 collegato al navigium Isidis, sfugge sostanzialmente dal punto di vista topografico, anche se appare significativo lo scarico di frammenti di centinaia di anfore Dressel I e di J. DURLIAT, Taxes sur l'entrée des marchandises dans la cité de Carales-Cagliari à l'époque byzantine , in "Dumbarton Oaks Papers", , in "Bollettino d 'arte", P. MELONI, Il porto di Cagliari in epoca romana, in" Almanacco di Cagliari", 1995, senza numerazione di pagine. ad opera di Donatella Mureddu, ha messo in luce anfore Dressell, Mricane II, spàtheia, ceramica a vernice nera calena (un frainrnento forse di L. Canuleios), a pareti sottili, in sigillata chiara A. , "Collection de l'Ecole française de Rome", TI porto di servizio di Bithia, fondazione fenicia forse già dello scorcio dell'vm secolo a.C., centro punico e civitas romana fino a età vandalica, viene considerato identificabile da Piero Bartoloni in un "porto-canale" intagliato dai Fenici che portò il Rio di Chia (che originariamente sfociava nella laguna di Chia) a versarsi nell'insenatura compresa tra il promontorio di Torre di Chia e l'isolotto di Su Cardulinu 80 • La tradizionale localizzazione dell' approdo di Bithia nella laguna di Chia 81 parrebbe inficiata dalla esistenza del tombolo sabbioso, che chiude la laguna a sud, già dal corso del vn secolo a.C., poiché in esso insiste la necropoli fenicia della città. TI Bt8{a. AtJl"V, situato 5' a ovest di Bt8{a. in Tolomeo, dovette rientrare nel territorio bitiense. Se accettiamo la sequenza dei centri costieri 76. BARI'OLONI, I.:antico porto di Nora, cito Cfr. inoltre le più recenti indagini di S. FI-NOCcm, La laguna e l'antico porto di Nora, in "Rivista di studi fenici", ID., Nuovi dati su 77. SCHIEMDT, Antichi porti d'Italia, cit., pp. . FINoccm, Nuovi dati su F. FANARI, I:antico porto di Neapolis-S. Maria di Nabui-Guspini (CA), in "Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Variazioni eustatiche del livello del mare hanno comportato, comunque, la sommersione sulla riva sud del bacino di un molo o una peschiera connessa alla villa maritima di S'Angiarxia, del III secolo d.C. , e, nell'area di S'Ingroni (Stangioni) de Sant' Antoni, di un nuraghe monotorre, riferibile alla metà del II millennio a.C.

All' interno della laguna di San Giovanni sono stati recuperati da una prospezione del 1986 frammenti di contenitori anforari di produzione fenicia di Sardegna della fine del VII-prima metà del VI secolo a.C. 11 5 , di produzione punica insulare del IV secolo a.C. 116 e del III-II secolo a.C. 117 e di manifattura cartaginese del II secolo a.C. lIS. Per il periodo romano si hanno due reperti integri: un' anfora Dressel 1 C e un contenitore anforario della Baetica Dressel7-n lI9. In un settore lagunare interrito, imme- I prodotti esportati dovranno individuarsi sia nei cereali e, forse, nel vino, sia, e soprattutto, nel metallo (piombo, argento) dal ricchissimo bacino minerario di Guspini-Montevecchio.

Lo studio aerofotografico dell' area, compiuto da Giulio Schiemdt, ha suggerito l'utilizzazione come banchina portuale, in età romana, dell'argine rivestito in grandi blocchi basaltici su cui transita la via a Tibulas Sulcis, immediatamente a nord della città I2I • In realtà, in assenza di uno studio geomorfologico dell'impianto lagunare, appare aleatoria ogni soluzione, benché i rinvenimenti subacquei sembrino far privilegiare come bacino portuale il settore sud-orientale della laguna di San Giovanni, più prossimo alla città di Neapolis. e soprattutto al porto detto Lo Barchanir, presso la foce del Tirso I22 , implichino la sussistenza di un approdo fluviale, in rapporto dal Medioevo con Oristano, capitale del Giudicato d'Arborea, ma in antico presumibilmente con Othoca, nel cui territorium era collocato il centro di 'Apt-crtuIVT\ç I2 3, posto ad appena 2 miglia a nord della città. Othoca, nella forma '08aia 1tOA.tç, appare come città costiera, a sud delle E>upcrou 1tOtal.WU ÈK~oA.aì in Tolomeo l24 , certamente in rapporto a un canale d'accesso più ampio di quello odierno di Pesaria 125 per l'ingresso nel bacino interno di Santa Giusta delle imbarcazioni dei codicarijI2.6, gli addetti al trasporto fluviale o lagunare nelle merci su barche, trasbordate dalle grandi navi onerarie che dovevano restare alla fonda presso le foci del Tirso. Othoca, una fondazione fenicia della seconda metà dell'vrn secolo a.C., poi città cartaginese, romana e bizantina, utilizzava come bacino portuale interno, presumibilmente, l'ansa nord-orientale della laguna, oggi interrita, nell' area di Sa Terrixedda, dominata dal rialto di Cuccuru de portu ("il rilievo del porto"), sede di un settore dell'abitato di Othoca sin da età arcaica l27

• I traffici portuali sono documentati dai materiali rinvenuti sia nell' area urbana sia nella laguna. Per l'arcaismo abbiamo bucchero etrusco e ceramica etruscocorinzia, un aryballos mesocorinzio e due sk:yphoi tardo-corinzi, coppe ioniche (A 2, B I, B 2, B 3), vasellame attico a figure nere e a vernice nera e un frammento di anfora SOS. Nel periodo classico la ceramica attica a figure rosse e a vernice nera appare ugualmente bene attestata . Si può ritenere che la recensio caralitana, pur derivando da un codice alto-medievale, rifletta riadattamenti di carattere topografico umanistico-rinascimentali.

14I. do, invece, nei fondali dell' area di Porto Vecchio due strutture murarie parallele, protese verso oriente e convergenti verso il centro a delimitare il bacino portuale J43 • In tali strutture dovrebbero, dunque, riconoscersi i moli del porto tharrense, costruiti in blocchi squadrati di arenaria, giustapposti senza l'utilizzo di malta. TI braccio settentrionale evidenzia sul basamento di blocchi in arenaria una struttura in opera cementizia evidentemente di età romana. Si è ipotizzata una fase fenicia, cui corrisponderebbero le strutture di base, e una fase romana in cementizio. Tuttavia è più prudente, in attesa di scavi stratigrafici delle strutture sommerse, sospendere il giudizio, in quanto le sostruzioni in arenaria, nonostante l'aspetto arcaico, potrebbero essere le fondazioni dei moli romani 144.

Indubbiamente l'area portuale originaria del sito di Tharros, aperta allo scambio transmarino già in fase "precoloniale", come documentano la ceramica del Mie III A e la ceramica geometrico-cipriota, rinvenuta in giacitura secondaria nello scavo di Murru Mannu, deve essere identificata, con probabilità, nel medesimo sito del porto romano e medievale.

Le indagini geomorfologiche hanno dimostrato che la Paùii Sergioia che si frappone tra Porto Vecchio e lo stagno di Mistras è il risultato di un fenomeno dinamico di interrimento, che ha lasciato testimonianza nei vari cordoni dunari che denunziano un progressivo avanzamento verso oriente della linea litorale. Si può ricavare l'esistenza di un braccio di mare insinuantesi originariamente verso occidente a lambire l'area dell' abitato odierno di San Giovanni di Sinis, successivamente ridotto a specchio lagunare e ancora a palude l45 • L'esistenza di una necropoli fenicia arcaica nella fascia costiera di San Giovanni, distinta dall' altra necropoli fenicia di Torre Vecchia, a mezzogiorno dell' abitato punico e romano di Tharros, potrebbe forse essere posta in rapporto con il centro portuale tharrense di Porto Vecchio l46 • Si è ipotizzato che nel porto tharrense (o in alternativa nel porto Korakodes del Sinis settentrionale) approdasse la classis punica inviata da L. FOZZATI, Archeologia marina di Tha"os, in "Rivista di studi fenici", A. FIORAVANTI, The Contribution 01 Geomorphology and Photointerpretation to the Delinition 01 the Port Installations at Tha"os , in A. , Harbour Archaeology, Resta aperto il problema della configurazione dei frangiflutti di Tha"os, poiché la campagna di ricerca di Elisha Linder della metà degli anni Ottanta del secolo XX (E. LINDER, The Maritime Installation 01 Tha"os (Sardinia). A Recent Discovery, in "Rivista di studi fenici", Cartagine nel 215 a.C. a sostegno della rivolta antiromana di Ampsicora, con epicentro a CornuJ. Nel 77 a.C. una fugace menzione della città in Sallustio nella forma Tarrhi parrebbe alludere a un ruolo giocato dal porto di TharroJ nel conflitto tra ottimati e popolari. È opinione prevalente che tale menzione si giustificasse con il ruolo svolto da Tarrhi sia come porto d'approdo dell' ex console Marco Emilio Lepido sia, dopo la morte di Lepido in Sardegna, presumibilmente nella stessa Tarrhi, nel successivo trasporto delle sue truppe, unite a quelle di Perpema, in Spagna, dove andarono a rafforzare in maniera determinante 1'esercito sertoriano Quello tharrense era, insieme a Neapolis, lo scalo più importante del golfo di Oristano, in funzione dell'imbarco del grano del Campidano settentrionale ma anche dei prodotti minerari del Montiferru (ferro). Thar-rOJ documenta un'intensa attività di traffici dall' arcaismo sino all' alto Medioevo, con un maggiore rilievo delle produzioni dei centri fenici. Per le importazioni esterne all' ambito fenicio si deve osservare che allo stato delle ricerche Tharros appare il centro sardo con la più ricca attestazione di materiali etruschi (bucchero e ceramica etrusco-corinzia) e greco-arcaici (laconici, greco-orientali e attici) dell'intera Sardegna 14 8 • Per l'età punica il vasellame attico rappresenta, tra il Ve il IV secolo a.C., la più significativa voce delle importazioni accanto alle anfore magno-greche del tipo delle cosiddette "ionio-massaliote" In età repubblicana conosciamo la frequenza di anfore greco-italiche, Dressel I, Lamboglia 2 e Dres-sel2-4 della Ta"aeonensis I50

• Per l'epoca imperiale abbiamo anfore della Baetiea Haltern 70 e Dressel20 151 e anfore tripolitane l52 e africane l53 • Le importazioni anforarie si accompagnavano a vasellame da mensa a vernice nera in Campana A e B, in sigillata italica, ispanica, sud-gallica e in sigillata chiara A, C e D. Si hanno inoltre importazioni di ceramica iberica (sombreros de eopa e grigia ampuritana), italo-megarese, a pareti sottili, lucerne italiche e africane e ceramica africana da cucina, oltre ai vetri Le prospezioni subacquee hanno accertato in corrispondenza della detta cala testimonianze archeologiche estese tra 1'arcaismo e 1'età moderna, benché non possa finora accertarsi con sicurezza 1'esistenza di moli costruiti, cui si potrebbero riferire numerosi blocchi squadrati sommersi e benché nel Medioevo 1'approdo sia esplicitamente nominato come «porto a lengni». li rinvenimento di un frammento di olIa stamnoide indigena del VI secolo a.C. e di un'anfora etrusca del tipo Py 3A nella Cala Saline indizia fortemente la continuità d'uso del porto almeno a partire dal VI secolo a.C. L. DERID, J;antico approdo di S'Archittu, Università di Sassari, corso di studio in Restauro e conservazione dei beni culturali, sede di Oristano, anno accademico 2°°3-20°4, tesi di laurea -importante studio geomorfologico della baia di S'Archittu ed esame dei materiali archeologici riferibili alle operazioni di carico e trasbordo estesi dall'ambito punico (anfora Bartoloni D 9) a quello romano (sigillata italica, sigillata chiara A, C, D, ceramica africana da cucina) e tardo-antico (anfora Late Roman I). 165. Due ceppi conservati nell'Antiquarium Arborense (ivi, p. 150), un ceppo inedito, con un'ancora incisa e la lettera Z, presso la Biblioteca del Comune di Tramatza (OR).

Nel II secolo d.C. Tolomeo menziona Bosa fra le città interne della Sardinia I66 , pur collocandola correttamente a breve distanza dalle fod del fiume Temos, l'unico fiume navigabile della Sardegna I67 • Le indicazioni tolemaiche non servirebbero a localizzare con precisione il centro antico e resistenza di un porto fluviale se non si tenesse conto dell'imponente interrimento dell' originario estuario del fiume causato dagli apporti alluvionali dello stesso Temo e del Rio Piras. In sostanza nell' antichità e nel Medioevo il Temo sboccava a mare con un largo delta situato circa 2 km a est dell'Isola Rossa, mentre attualmente tale distanza è ridotta a 300 metri 168. Bitte per l'approdo alla foce del Temo, sul fianco del colle di Sa Sea, sono state recentemente segnalate da Alessandro Madeddu. La localizzazione del centro antico di Bosa su un sistema di terrazze digradanti sulla sponda sinistra del fiume è assicurata dalla documentazione archeologica e dalla letteratura storica a partire dal XVI secolo TI rinvenimento ottocentesco, nell' area del centro romano, di un frammento di iscrizione fenicia, incisa su un supporto litico locale (trachite), ha fatto postulare un' origine arcaica per Bosa. Non deve escludersi tuttavia l'esistenza di uno stanziamento emporico, cui connettere l'epigrafe, divenuto centro urbano solo tardivamente, nel quadro di un controllo cartaginese del Nord-Ovest della Sardegna, nel IV secolo a.C. 170. La città romana conservava la localizzazione del centro punico, su un' ansa del fiume Temo, sede del porto fluviale. Rilevante, per l'organizzazione portuale antica, è un testo funerario cristiano, annoverato fra le falsae del Corpus Inscriptionum Latinarum l71 ma probabilmente genuino, del na(u)clerus Deogratias.

I materiali attestano le correnti commerciali attive in età repubblicane dalla penisola italica (anfore vinarie Dressel I e ceramica a vernice nera in Campana A e B) e in età imperiale ancora da area italica (sigillata italica), dall'Iberia (anfore olearie Dressel2o), dalla Gallia (sigillata sud-gallica), dall'Mrica pro consolare (anfore africane e sigillata chiara A e D). . PrOL. m, 167. PrOL. m, 168. SCHIEMDT, Antichi porti d'Italia, cit., pp. 2)4-6. 169. Sulla documentazione topografica, epigrafica e archeologica cfr. A. MASTINO, Le origini di Bosa, in AA.Vv., Il IX centenario della Cattedrale di S. Pietro di Bosa, In., Una nuova iscrizione dalla necropoli di S. Pietro di Bosa, in "Studi sardi", .; C. TRONCHETTI, Un Dionysos tayros da Bosa, ivi, pp. A. MAsTINO, La tavola di patronato di Cupra Maritima (Piceno) e le relazioni con Bosa (Sardegna), in " Picu5 " , A. BONINU, R ZUCCA, Ultimi studi su Bosa in età romana, in «Annali della Facoltà di Lettere e fil050fia dell'Università di , pp. 170. BARTOLONI, in MOSCATI, BARfOLONI, BONDì, La penetrazione fenicia, cit., pp. . aL x 1,1318*. Bosa. TI porto dell' antichità. Foto aerea.

Non può essere escluso che il porto di Bosa rappresentasse lo scalo di partenza delle macine in trachite di Molaria (Mulargia-Bortigali), la cui commercializzazione risale almeno alla metà del IV secolo a.C.17 2 • In ogni 172. La più antica attestazione della commercializzazione transmarina di macine di Mulargia è costituita dal relitto di El Sec, nella cala di Palma de Mallorca (AA. . Estudio de los materiales, Palma de Mallorca 1987), che recava un vastissimo assortimento di merci, comprendente ceramiche attiche a figure rosse del Pittore di Vienna 116, a vernice nera, anfore greche e puniche e macine realizzate sia con il basalto di Pantelleria, sia con la trachite di Mulargia, due macine "pompeiane" (O. W THORPE, R. S. THORPE, Millstone Provenancing Used in Tracing the Route 01 a Fourth-Century Be Greek Merchant Ship, in "Archaeometry", , con la proposta di un trasferimento delle macine di Mulargia dalla . Si potrebbe ipotizzare un trasferimento via terra sino a Bosa e il successivo inoltro delle macine a un porto di redistribuzione, presumibilmente quello di Tha"os. Macine a clessidra non finite sono documentate presso l'Isola Rossa della stessa Bosa, a S'Archittu e, soprattutto, nel relitto di Sa Tonnara, della prima metà del ID secolo a.c., con vetro e anfore tipo Ramon nota 1195; D. SALVI, L SANNA, Riola (OR), SU Pallosu. Il relitto delle macine e del vetro, in AA. . Sulla problematica dei carichi di macine in relitti navali dell' antichità cfr. C. BELTRAME, G. BOETIO, Macine da relitti, in "Archeologia subacquea.

Studi, ricerche e documenti", De la dieta Boczea a le Penne de Sant'Eramo XXX millara per tramontana ver lo maestro terza. Le diete Penne à bono porto, et à entrata da ver lo meczo iomo. Lo capo è alto e rixoso e aroccato e roso. Lo porto è entro uno millaro per tramontana. En lo dicto capo è grande fondo de XXX passi, e se venite ecqua con vento a Provenza non ponere a lo capo te, ma va entro a lo golfo, che se dama golfo de Milavio, et à bono ponedore e podete stare a prodese I74 • Questo porto corrisponde con certezza al Nu).upa.{rov A,1.J.l1lv della Geographia di Tolomeo 175 • Si tratta di uno dei migliori porti naturali della Sardegna, dalla profondità media di 20 m, chiuso fra il Capo Caccia e la Punta del Giglio. Geologicamente rappresenta una fossa tettonica delimitata dalle arenarie triassiche della piana di Porto Ferro a nord e dai rilievi calcarei di Monte Timidone e del monte Rudeddu, rispettivamente a ovest e a est. La parte più interna della rada mostra un deposito lacustre in calcari oligocenici, ricoperti da tufi pomicei TI Porto Conte appare come uno scalo di primaria importanza sin dalle fasi "precoloniali" in relazione all' empòrion costituitosi in seno alle comunità indigene di Flumene Longu e Sant'Imbenia, nell' area nordorientale della rada. In questa struttura di scambio protostorica sono attestati i Phoinikes, presumibilmente dal X secolo, se a tale epoca attri- careo (l'odierna collina del Faro), degradante verso la costa a nord e verso la piana occupata dal centro storico di Porto Torres a est. La scelta di questo settore per la fondazione della colonia sembrerebbe in diretto rapporto con lo scalo portuale, ubicato in origine, come detto, alla foce del Rio Mannu. Probabilmente il primitivo impianto poté estendersi ai due lati del Rio Mannu, ma sin dall' età di Tiberio la costruzione del ponte a sette luci sul Rio Mannu, in funzione della viabilità e dello sfruttamento della Nurra, determinò una riformulazione del programma urbanistico in funzione dello spazio collinare a oriente della riva destra del Rio Mannu.

TI nucleo centrale della colonia deve essere individuato, secondo la felice intuizione di Giovanni Azzena, presso il porto, in ossequio al dettato di Vitruvio (Et si erunt moenia secundum mare, area uhi forum constituatur eligenda proxime portum, , ossia in presenza di cinta muraria litoranea ilforum dovrà essere localizzato in vicinanza del porto. La proposta di Giovanni Azzena individua il forum nel cosiddetto peristilio Pallottino, una platea lastricata in lastre di calcare delimitata, almeno a oriente, unico settore scavato, da una porticus scandita da colonne. Possiamo dunque pensare alforum turritano immediatamente a sud del porprattutto, G. AzZENA, Turns Libisonis. La città romana, in L. BORRELLI VLAD, V. EMILIA-NI, P. SOMMELLA (a cura di), Luoghi e tradizioni d'Italia. to, localizzato nell' area dell' attuale darsena 18 4. A ridosso dell' area portuale, per un criterio di topografia dei tempIi isiaci e per la località di rinvenimento, localizzeremmo il templum Isidis cui connettere l'ara di Isis-Thermutis 18s e la stessa ara di Bubastis l86 , scoperta presso le Terme centrali, in virtù della sua riutilizzazione come vera di pozzo. Gli horrea di età severiana sono stati individuati nel settore nord-orientale della città, in prossimità della darsena, presso 1'attuale Banca nazionale del lavoro. Su questi horrea venne impostato in età tardo-antica un settore della cortina muraria tardiva. L'equestre proc(urator) ripae Turr(itanae) A partire dalla fine del I secolo d.C. compaiono nel porto di Turris Libisonis le merci africane che domineranno i quadri commerciali sino al VI secolo d.C. Abbiamo le anfore olearie tripolitane I e ill, le olearie africane I e le anfore per le conserve e le salse di pesce africane II, le anfore vinarie della Mauretania Caesariensis, le anfore cilindriche del basso impero e gli spàtheia, adibiti al trasporto di varie derrate. Ai contenitori anforari si associano le ceramiche sigillate chiare A, C e D, le lucerne tripolitane e africane, la ceramica africana da cucina, la ceramica comune.

Nel corso del II secolo d.C. il commercio con la Gallia rappresenta una voce importante del porto di Turris Libisonis, con le anfore vinarie Pélichet 47 rappresentanti il 25 per cento del totale delle importazioni anforarie. Si aggiunga la persistenza all'inizio del secolo delle sigillate sud-galliche. Nei secoli successivi sono comunque ancora attestate le sigillate lucenti e le sigillate grigie della Narbonense. Le olearie Dressel20 betiche sono frequenti per tutto il m secolo d.C.; per il tardo impero si aggiungono le Almagro 50 e 51 C, che recavano il garum. Le importazioni dall'Oriente, forse con l'intennediazione di Ostia, sono alquanto ridotte tra la fine del II e il tardo N secolo a.C., comprendendo le anfore vinarie dell'Egeo (tipo Kapitan I e II) e forse di Cipro (tipo Agorà Atene] 46). Tra Ve VI secolo le anfore orientali hanno un rilievo maggiore, per cui potrebbe pensarsi anche a importazioni dirette: sono soprattutto le anfore (vinarie e, forse, olearie) Late Roman A a dominare il quadro delle produzioni orientali turritane 193.

TI portus Tibulas è attestato esclusivamente nell' Itinerarium Antonini, che conosce, comunque, anche Tibulas l9 4, mentre Tolomeo e il mappamondo di Ebstorf conoscono rispettivamente T{~ouÀ<l195 e Tybulo l96 • TI dato dell' Itin era rium Antonini non va enfatizzato, dovendosi riconoscere nel ruolo di caput viae assolto dal portus Tibulas essenzialmente la funzione di collettore delle risorse economiche finalizzate all' annona 197. La fondazione di Tibulas e del portus Tibulas va ricondotta ai Romani se nel poleonimo riconosciamo il latino tibulus con il significato di "pino selvatico" 1 98 , indispensabile nella cantieristica navale. La localizzazione di questo porto del-la costa settentrionale sarda, a oriente di Turris Libisonis, è discussa, ma parrebbe plausibile circoscriverla tra Castelsardo e la foce del fiume Coghinas l99 , piuttosto che fissarla nell'area di Capo Testa, in base al rinvenimento del cippo funerario di Cornelia Tibullesia 20o

• Nel litorale di Castelsardo, oggi scompartito tra vari comuni autonomi, la ricerca topografica ha riconosciuto vari insediamenti costieri antichi dotati di scalo portuale.

In attesa dell' auspicato studio delle variazioni delle linee di costa della Sardegna durante le varie fasi dell' olocene, dobbiamo limitarci a segnalare, sulla base delle testimonianze cartografiche e documentali medievali e post-medievali, l'esistenza di quattro scali portuali nell'arco costiero compreso tra la foce del Riu Silis e quella del Coghinas, che potremmo assumere come limiti rispettivamente occidentale e orientale del territorium presunto di T{~o\)À.a: tre di questi approdi sono correlati direttamente alla città-fortezza di Castel Genovese (odierna Castelsardo) dai celebri statuti portuali di Galeotto Doria e rinnovati da Nicolò Doria: si tratta del Porto di Frigiano, a occidente, e, a oriente, degli scali di Mare Picinnu (Cala Marina) e di Agustina (Cala Ostina) 201. Le ricerche di archeologia subacquea documentano l'uso antico di questi approdi 202 • In particolare a Cala Ostina ha restituito frammenti anforici di greco-italiche, Dressel I e Dressel2, oltre a vasellame da mensa a vernice nera di botteghe campane, materiali di età imperiale Dressel7-II, africane TI, tripolitane I, sigillata chiara A e ceramica da cucina a patina cenerognola 20 3. TI quarto approdo è costituito dalla foce del Coghinas presso San Pietro a Mare (Valledoria), dove si localizza il porto medievale di Ampurias, il cui toponimo ha suscitato dai tempi del Fara a oggi notevoli problemi interpretativi 204 • La documentazione archeologica del sito di San Pietro a Mare 20~ riflette un in-sediamento sviluppatosi sulla panchina tirreniana, con strutture in opus caementicium e opus incertum rimontanti già a età tardo-repubblicana, con un prosieguo in fase imperiale • La presenza di elementi architettonici, quali colonne in granito, sottolinea probabilmente il rilievo monumentale di alcuni suoi edifici 20 7. La necropoli rivela i celebri segnacoli con il volto del defunto sunteggiato "a specchio", tipico dell'artigianato dell'area di Castel Sardo-Valledoria-Viddalba 208 • La presenza di ceramica a vernice nera assicura una cronologia dell'insediamento almeno tardo-repubblicana, ma ricerche future dovranno chiarire l'esistenza di uno scalo nell' area in questione almeno da età arcaica che giustifichi il materiale etrusco, greco-orientale e attico di Perfugas, le importazioni etrusco-corinzie di Serra Niedda-Sorso e l'abbondante ceramica attica a figure rosse da Nulvi 20 9. TI complesso dei dati suggerisce di riconoscere proprio alla foce del Coghinas il più cospicuo approdo dell' area di Castelsardo, senza che si possa per ora definirne l'eventuale sua connessione con Ti(3o'U"'-a.-portus Tibulas. Non saremmo alieni dal credere che la fondazione romana di Tibulas si accompagnasse, dunque, allo stanziamento di gruppi di estrazione italica, dediti ad attività mercantili e presumibilmente alla cantieristica navale. Forse non casualmente all' estremità occidentale del territorio di Castelsardo sorse la aedes consacrata da due Fulii a Isis 2lo , la dea che con l'appellativo di Pelagia e il rituale del navigium Isidis segnava la primaverile riapertura dei traffici marittimi, dopo il mare clausum invernale 2II ; nella necropoli di Lu Romasinu una stele della fine della repubblica presenta al di sopra del volto schematico del defunto una navis caratterizzata dalle alte estremità della poppa e della prua, dotata di un'alberatura probabilmente con la grande vela quadra ammainata, segno dell' arrivo in porto un solenne funerale celebrato dal vincitore. n ritorno offensivo della flotta punica avrebbe costretto Scipione ad abbandonare Olbia, benché gli storici preferiscano revocare in dubbio l'intero episodio bellico 22o . Solo nel 238/237 a.C. Olbia si diede, insieme alle altre città sarde, a Tiberio Sempronio Gracco, il conquistatore della Sardinia.

Nell'estate del 210 a.C. una flotta punica di quaranta navi con al comando Amilcare devastò l'Olbiensem agrum, con uno sbarco che forse si attuò non tanto nel portus cittadino, quanto in uno degli altri scali del litorale nord-orientale dell'isola, quale il citato 'OÀ~t<lVÒç ÀtI1TW2:U. Indirettamente il porto di Olbia ci è richiamato dalle epistulae di Cicerone al fratello Quinto, inviato nel 57/56 a.C. da Pompeo a Olbia con incarichi annonari 222 . n porto di Olbia nel 397 d.C. accoglie una parte della flotta di Mascezel diretta in Mrica 223. Appare rilevante l'attestazione nel map-nauclerus di Cyprus, probabilmente agente di un proprietario di navi2-3 I , che adombra l'ampiezza del quadro sociale dell' ambiente marittimo di Olbia, in particolare con riferimento a un possibile corpus naviculariorum di Olbia.

TI porto di Olbia rappresentava lo scalo di raccolta delle risorse del suo vasto entroterra, sfruttato con la cerealicoltura, l'allevamento, la silvicoltura (querce da sughero) e con la coltivazione delle cave di granito. La topografia del porto di Olbia ha acquisito una sua precisa definizione in seguito allo scavo archeologico del lungomare di via Principe Umberto e via Genova. L'indagine ha chiarito che il porto si estendeva nello specchio di mare, al fondo occidentale della da di Olbia, dirimpetto al settore centro-orientale del centro urbano. La conformazione antica del litorale, con una lingua di terra mediana, aveva determinato due modeste insenature, orientate rispettivamente a nord-est e a sud-est, entrambe protette dall'isola Peddona, localizzata circa 100 m a est della linea di costa. Nella lingua di terra era ubicato, almeno nella prima età imperiale, un cantiere navale. Nonostanfe lo scavo abbia dimostrato una continuità d'uso delle due baie durante la storia di Olbia, si è verificata una più elevata frequenza dell'insenatura meridionale dall'arcaismo all'età flavia e una preferenza della baia settentrionale dall'età domizianea al V secolo d.C. TI seno meridionale subì nella seconda metà del I secolo d.C. (età neroniana-vespasianea) una rovinosa alluvione che invesù anche due navi, forse in corso di riparazione nel cantiere cittadino. Presumibilmente con la fine del I secolo d.C. si dovette procedere a unire, mediante una diga, la terraferma con l'isola Peddona, così da determinare un bacino portuale meglio protetto rispetto al passato. È plausibile che si procedesse anche alla realizzazione di banchine lungo il perimetro del bacino, benché per ora lo scavo archeologico abbia documentato l'esistenza di pontili in legno, normali alla linea di costa, funzionali all' ormeggio delle navi. Un secondo evento eccezionale, fissato nei primi decenni del V secolo d.C. e identificato con plausibilità con un attacco dei Vandali, comportò l'affondamento di almeno dieci navi onerarie alla fonda nel porto. Tale evento segnò una decisa flessione dei traffici della città, poiché non si provvide a bonificare il porto dei relitti, ma si assistette alloro interrimento. Tuttavia, non si può affermare alla luce delle fonti letterarie sopra richiamate e della documentazione archeologica che Olbia non continuasse, seppure in forme modeste, la propria attività commerciale nell' alto Medioevo. Non si può infatti negare la possibilità di utilizzo di un secondo bacino portuale nello specchio d'acqua detto Porto Romano, mentre è da escludere l'utilizzazione del bacino interno di Sa Salinedda almeno in età romano-imperiale, quando l'interrimento era già awenuto, come denotato dall'esistenza nel sito dell'acquedotto roman0 232 • Le razionali campagne subacquee di prospezione e di scavo archeologico nel lungomare, oltre che in tutta l'area urbana di Olbia, hanno documentato una sequenza di traffici tra l'vrn secolo a.C. e tutto l'alto Medioevo. Per la fase arcaica si segnalano materiali fenici orientali e del "circolo dello stretto" e materiali greci (anfore corinzie A, chiote, attiche SOS, ionio-massaliote della Magna Grecia) . L'età punica rivela l' ~cquisizione di anfore di produzione e l'imbarco di contenitori anforari locali Nell' ambito del vasellame fine da mensa prevalgono le importazioni attiche del N secolo a.C., cui seguono le produzioni sud-etrusche e romane (piattelli di Genucilia, ceramiche dell' atelier des petites estampilles) Olbia. TI porto dell'antichità.!. Ricostruzione del porto di Olbia (R. D'Oriano). Carta dell'Istituto geografico militare. I levata.

Eccezionale appare finora un askòs siriaco con due personaggi femminili a dorso di un cammello, della primissima età imperiale 244 , e la serie di coppe corinzie a rilievo del ID secolo d.C. con temi eniclei, forse connessi al culto poliadico di Olbia 245. Per 1'alto Medioevo è significativa la presenza di forme tardive della sigillata chiara D, di lucerne africane e soprattutto di un esemplare della classe Forum Ware 246 • 3· II I porti della costa orientale a sud di Olbia 3.11.1. li porto di <I>llPOlvia Un porto fluviale deve collocarsi alla foce del Rio Posada, nell' antichità assai più arretrata rispetto a oggi in relazione agli apporti alluvionali del corso d'acqua. 244. A. SANCIU, Un askos siriaco dalla 245 Tale approdo appare interessato agli scambi transmarini già dal principio della prima Età del ferro. Da Posada provengono infatti fibule sia del tipo ad arco semplice sia ad arco ribassato, riportabili a botteghe villanoviane di area toscano-Iaziale del IX secolo a.C. Alla navigazione fenicia ed euboica potrebbero riportarsi alcune fibule a sanguisuga che trovano precisi rispondenze nell' empòrion di Pithekoussai, nel terzo quarto dell'VIII secolo a.C., rinvenute a Posada. Infine, sempre dalla stessa area, deriva un frammento di coppa ionica B 2 Vallet Villard, del 580-540 a.C. Allo scalo di Posada si possono poi far risalire i documenti d'importazione greci ed etruschi del santuario indigeno di Nurdòle-Orani (NU), estesi in diacronia tra la seconda metà dell'VIII secolo a.C. (skyphos tardo-geometrico di modello corinzio) e la metà del VI (frammenti di kàntharos e di oinochòe tipo 7fRasmussen in bucchero etrusco).

Una tradizione di studi già ottocentesca localizza nell' entroterra di Posada il popolo degli Aisaronensioi, di probabile origine etrusca, come documentato dalla radice Aisar dell' etnico, significante, in etrusco, "dei" 247.

Una città di «I>TlPc.ovia, attestata esclusivamente in Tolomeo, che la colloca IO' a sud delle foci del fiume Kaiùptoç (Cedrino) e 20' a sud di 'OÀ.pia 2 48 , viene usualmente localizzata in Posada. L'attestazione tolemaica documenta l'esistenza di «I>TlPc.ovia ancora nel II secolo d.C., mentre per il ID si ipotizza l'identificazione del Portus Liguidonis dell'Itinerarium Antonini con la stessa «I>TlPc.ovia.

TI poleonimo «I>TlPc.ovia corrisponde al teonimo italico Feronia, la grande dea dell' elemento plebeo e, in particolare, servile che assicurava con l'asylìa dei suoi luci (il Lucus Feroniae presso Capena, Roma, illucus di Tarracina) e dei suoi santuari la salvaguardia dei servi fuggitivi e la manomissione degli schiavi.

Feronia appare, dunque, come una formazione urbana romano-italica di ambito medio-repubblicano, in sintonia con la costruzione del tempio di Feronia del IV secolo a.C. nell' area sacra di largo Argentina a attribuita la statuetta in bronzo di Hercoles campana-sabellica, del principio del IV secolo a.C., rinvenuta a Posada e un frammento di cratere apulo a figure rosse del Pittore dell'ipogeo varrese del 350 a.C. circa 252 .

Quale sia stata la reazione cartaginese 2 53 , è certo da escludere, se si accetta la ricostruzione degli eventi proposta, che la città venisse distrutta, poiché essa è testimoniata da Tolomeo. I ritrovamenti di materiale tardorepubblicano nel corso della prospezione lungo la costa orientale del 1966 documentano la continuità dell'insediamento e la sua funzione di approdo lungo la rotta tirrenica. Nel periodo imperiale la strutturazione della via da Olbia a Caralis dovette investire l'area di Posada e quindi <Prtprovia, benché non sia certa l'identificazione con il Portus Liguidonis 254 • 3.II.2. TI porto di Sulci tirrenica La localizzazione del LOÀ1tilClO<; ÀtllllV255 (da emendarsi con probabilità in l:OÀ1CtOç AtJ.1llv 25 6 consentendo di interpretarlo come porto dei LOA1Ct-'tavoi 257 , ossia della Sulcis tirrenica attestata nell'Itinerarium Antonini 258 ), nell'area: di Tortolì, proposta sin dal XIX secolo, appare accettabile, pur in assenza di documenti epigrafici, in funzione del vasto abitato antico in corrispondenza dell' odierna Tortolì.

L'attuale barra sabbiosa tra Arbatax e Santa Maria Navarrese è frutto dei depositi dei corsi d'acqua di Riu Pramaera-Su Pollu, Su Stuargiu, immissario dello stagno di Tortolì, e dell' emissario Bacusara. In antico la linea di costa formava un' articolata insenatura ridotta ora allo stagno di Tortolì, al canale di Bacusara e alla Pauli Iscrixedda.

L'insediamento antico, attestato già in fase neolitica, si struttura nell'Età del bronzo medio, tardo e finale nella sequenza di nuraghi disposti ad anfiteatro attorno alla baia da Su Corru de Trubutzus (quota 82 m), a Niu Abila (quota 136 m), a San Tomau (quota 73 m), forse attraendo, secondo la felice ipotesi di Piero , un fondaco stagionale miceneo nell'isolotto dell'Ogliastra.

In età punica dovette costituirsi il centro urbano di Sulci, che ripeteva il poleonimo della più importante Sulci sud-occidentale. Le ricerche più recenti, seguite alla individuazione della fase cartaginese nel 1966 ad opera di Ferruccio , hanno evidenziato in prossimità della collina del castello di Medusa materiali punici e d'importazione del V-III secolo a.C.26x, mentre risulta isolato un frammento di anfora da trasporto della fine del VI-inizi V secolo a.C. 262.

La fase romana è documentata da strutture murarie, in particolare le tegulae hamatae riferibili ad ambienti termali presso la chiesa di Santa Barbara e a San Lussorio, e da elementi di cultura materiale, con particolare riferimento per il periodo repubblicano all' abbondante ceramica a vernice nera in Campana A e B 26 3 alle anfore Dressel I, e per il periodo imperiale alle importazioni di anfore iberiche Dressel7-13, tripolitane e di ceramica sigillata italica e africana in sigillata chiara A e D.

Piero Bartoloni ha determinato l'originario, amplissimo estuario del Flumendosa come una profonda insenatura, successivamente interritasi in virtù degli apporti alluvionali dello stesso fiume.

Come osservato dallo stesso studioso il bacino minerario, localizzato a nord-ovest dell' estuario e raggiungibile attraverso la via fluviale, aveva imposto la strutturazione di un articolato sistema insediativo della media e tarda Età del bronzo, attestata da sedici nuraghi localizzati lungo la isoipsa di 100 m sul livello del mare, ai due lati della insenatura in cui si gettava il Sulla riva sinistra dell' estuario, su un modesto rilievo di 28 m, in località Santa Maria (Villaputzu), fu costituito sin dall'VIII secolo a.C., forse nell' area di un insediamento indigeno interessato ai traffici "precoloniali", uno stanziamento fenicio, che sin da tale momento si palesa come la più attiva struttura di scambio del litorale tirrenico sud-orientale dell'isola. L'insediamento è stato identificat0 265 con il centro viario di Sar-capos, segnato nell'Itinerarium Antonini tra Porticenses e Ferraria, lungo la via a Portu Tibulas Caralis 266 • Per l'età arcaica i materiali fenici sono costituiti da anfore di produzione cartaginese o moziese del VII secolo a.C. 26 7 e sarda del VI secolo a.C.268. Le importazioni comprendono il bucchero etrusco e la ceramica etrusco-corinzia sia tarquiniese (Pittore senza graffito) sia ceretana (Pittore del gruppo a maschera umana), le anfore etrusche, la ceramica ionica (coppe B 2) e la ceramica attica a figure nere (coppa dei Piccoli maestri, coppa con Gorgoneion) e a vernice nera 26 9. In epoca cartaginese sono documentate sia le produzioni anforiche sarde 270 destinate all'esportazione sia le importazioni cartaginesi del IV-IIP7 I e del II secolo a.C.27 2 . TI materiale di importazione comprende ceramica attica a figure rosse e a vernice nera del V e IV secolo a.C. e piattelli di Genucilia sud-etruschi o romani della seconda metà del IV-inizi del m secolo a.C. e le coeve ceramiche a vernice nera dell'atelier des petites estampilles 273 • Per l'età tardo-repubblicana annoveriamo le importazioni di anfore greco-italiche e Dressel I, la vernice nera (Campana A e B), la ceramica italo-megarese. TI periodo imperiale documenta il vasellame da mensa in sigillata italica, tardo-italica, sud-gallica, chiara A e D, insieme ad anforacei soprattutto di produzione africana (Mricana I e II). Per l'alto Medioevo proseguono le importazioni di sigillata D accanto alle anfore cilindriche del basso impero 274. 267. Per la tipologia cfr. J. Plani L. fii delphinus Il Russini. . SALVI, Cabras (Oristano), cit., p. 39. Isola di Mal di Ventre-B (Cabras) Nave da carico colata a picco presso i faraglioni di Maestrale 0,17 miglia a nord della punta settentrionale dell'isola, individuata nel 1981 da Mario Ugrote. La nave avrebbe trasportato un carico di dolia e una partita di massae plumbeae 63 di cui l'unico elemento superstite è un lingotto troncopiramidale 64 , a sommità appiattita, delle fonderie della Sierra Morena. TI lingotto reca il marchio M. Val(erii) Recti e contromarche stampigliate (con lettere incavate) Sex. Ul(---), ripetuta tre volte, e Ant(---), impressa due volte. Le due diverse contromarche andranno probabilmente riferite a negotiatores o mercatores che curarono l'acquisto del piombo e il suo trasporto con zattere fluviali sul Baetis 65 e con navi onerarie da Hispalis al Gaditanus portus e da qui, attraverso lo stretto di Gibilterra, lungo le rotte mediterranee.

Nave da carico, forse creata nei cantieri navali di Siracusa 66 , di circa 36 X 12 m, provvista di almeno cinque ancore in piombo disposte a prua, di cui si sono recuperati i ceppi, di tre ancorotti e di due scandagli plumbei, un'ancora in ferro, sistemata al centro della poppa 67 , adibita al trasporto di un carico di circa un migliaio di massa e plumbeae, per complessive 33 tonnellate. TI carico era probabilmente protetto da una pattuglia di frombolieri (balearici?) di cui sono state rinvenute oltre glandes plumbeae nell' area di poppa 68, oltre a una daga in ferro 69. All'attrezzatura di bordo si ascrivono varie anfore Dressel Ib, una delle quali riutilizzata per il trasporto del pesce, un boccalino a pareti sottili, Viva voce: Mario Ugrote, che nel 1990 accompagnò il Nucleo sommozzatori della Guardia di ftnanza di Cagliari e lo scrivente nel sito del rinvenimento. dente presenza di materiali degrassanti 10 4 ; le superfici sono più chiare, tendenti al beige. Morfologicamente i contenitori, destinati al trasporto del vino, si presentano di taglia media rispetto alle varianti individuate, molto simili per esempio a quelle facenti parte del carico del relitto di Diano Marina in Liguria 10 5 e soprattutto di quello di Dramont B presso Saint Raphael, sulla costa francese In prima analisi si potrebbe proporre un' area di produzione da ricercarsi in uno degli ateliers della Tarraconensis, ubicati nell' entroterra di Barcellona lungo il rio Llobregat (Can Pedrerol, Can Tintorer, Molins de Rey ecc.); un notevole contributo potrà esser dato senza dubbio dallo studio dei bolli, presenti in vari tipi sugli orli e presso il puntale di alcune anfore. Occorre ricordare che presso il puntale si notano inoltre lettere singole o in coppia, incise sull' argilla prima della cottura, mentre sulla spalla di una sola anfora è presente un'iscrizione in corsivo dipinta 10 7. La cronologia sembra potersi assegnare all' età flavia, nella seconda metà del I secolo d.C., anche in base al ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica databili a tale periodo: in particolare tra questi si ricordano un frammento di coppa con orlo a tesa in sigillata tardo-italica o sud-gallica 108, un altro frammento di coppa sempre in sigillata, con orlo verticale modanato l09 , diversi frammenti di bicchieri e coppe a pareti sottili IlO, un frammento di lucerna. Di più difficile inquadramento cronologico risulta essere una coppa vitrea di forma tronco conica rastremata verso l'alto, in quanto è attestata la sua diffusione dal I al ID secolo d.C. III. Sono stati inoltre recuperati vari frammenti di forme vascolari aperte e chiuse in ceramica comune, con tutta probabilità appartenenti alla dotazione di bordo II2 • Isola-

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Author: Nicola Considine CPA

Last Updated: 08/21/2022

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